Lengua, derecho y oportunidad: el papel del lenguaje en la inclusion y exclusion de la población indígena

 

Linguagem, direito e oportunidade: o papel da linguagem na inclusão e exclusão da população indígena

 

 01 de Agosto de 2016
11 de enero de 2017
30 de marzo de 2017

 

Authors:

 

Prof. Dr Fernand de Varennes, Dean, Faculty of Law, Université de Moncton, CANADA,  and Extraordinary Professor, University of Pretoria; SOUTH AFRICA

 

[email protected]

 

Dr Elżbieta Kuzborska, Independant Expert, Warsaw, POLAND

 

[email protected]

 

Abstract:

 

Throughout history in most parts of the world, indigenous peoples have been subjugated and marginalised by European and colonial states, often through legal measures which have led to their exclusion and disenfranchisement. One of the tools for these processes has been the imposition of the language of the conquerors, and the removal of indigenous languages from the public spheres. This article considers of the use of language as a tool for the disempowerment of indigenous peoples. It examines the changing appreciation of the impact of a number of human rights provisions on language use. It then provides an explanation for why language and other human rights standards, and particularly the prohibition of discrimination in language and other areas of state preferences, may have significant potential to protect a number of areas of concern of particular significance for indigenous peoples. It is suggested this not only has potential in matters of culture, identity or education, but may also help empower indigenous peoples even in terms of opportunities in employment and representation in state institutions.

 

Résumé:

 

L’histoire démontre bien que les peuples autochtones ont été subjugués et marginalisés par les états européens et coloniaux dans la plupart des parties du monde, souvent par l’entremise de mesures législatives qui ont mené à leur exclusion et en les privant de droits. Cet article porte un regard à la langue comme outil de dépossession des peuples autochtones. Il examine également les perceptions changeantes quant aux effets de certains droits humains sur l’usage d’une langue. Il considère ensuite les raisons pour lesquelles les droits humains et linguistiques, et en particulier l’interdiction de la discrimination fondée sur la langue et les préférences de l’état dans certaines activités, ont un réel potentiel de protection dans des domaines importants pour les peuples autochtones. Il est proposé que les effets possibles de cette approche ne se limitent pas à la culture, à l’identité ou à l’éducation, mais qu’ils pourraient contribuer à émanciper et renforcer les peuples autochtones au niveau de leurs opportunités dans les domaines de l’emploi et de leur représentation au sein des institutions étatiques.

 

 

 

Sommario:

 

Nel corso della storia, nella maggior parte del mondo, i popoli indigeni sono stati soggiogati e marginalizzati dagli stati europei e coloniali, spesso attraverso misure legali che hanno portato alla loro esclusione e privazione dei diritti. Uno dei mezzi utilizzati in questi processi è stata l’imposizione della lingua dei conquistatori e pertanto l’eliminazione delle lingue indigene dalle sfere pubbliche. Questo articolo si pone l’obiettivo, da un lato, di illustrare l’uso della lingua come mezzo di marginalizzazione dei popoli indigeni e, dall’altro, di esaminare il mutato apprezzamento dell’impatto di un numero di disposizioni in materia di diritti umani sull’uso della lingua. Questo articolo fornisce inoltre una spiegazione del motivo per cui la lingua stessa e ulteriori standard sui diritti umani, in modo particolare il divieto di discriminazione in base alla lingua e in altre aree di preferenza nazionale, potrebbero costituire un potenziale significativo per la protezione di un numero di aree di interesse di particolare significato per i popoli indigeni. Si conclude pertanto che questo non solo rappresenti un potenziale in termini di cultura, identità o istruzione, ma che possa anche conferire pieni poteri ai popoli indigeni perfino in termini di opportunità di lavoro e di rappresentanza in istituzioni nazionali.

 

Resumo: Ao longo da história, na maioria do mundo, os povos indígenas foram subjugados e marginalizados pelos estados europeus e coloniais, muitas vezes através de medidas legais que levaram à exclusão e à privação de direitos. Uma das ferramentas para esses processos tem sido a imposição do idioma dos conquistadores e a eliminação das línguas indígenas das esferas públicas. Este artigo considera o uso do idioma como uma ferramenta para a perda de poder dos povos indígenas. Examina a evolução da apreciação do impacto de uma série de disposições em matéria de direitos humanos sobre o uso da linguagem. Em seguida, fornece uma explicação de por que a linguagem e outras normas de direitos humanos, em particular a proibição de discriminação na língua e outras áreas de preferência do estado, podem ter um potencial significativo para proteger uma série de áreas de interesse de particular importância para a povos indígenas. Sugere-se que isso não só tenha potencial em termos de cultura, identidade ou educação, mas também pode ajudar a capacitar os povos indígenas, inclusive em termos de oportunidades de emprego e representação nas instituições estaduais.

 

Palavras-chave: Linguagem, direito, língua, inclusão, exclusão, população indígena, educação, identidade.

 

Dottor Fernand de Varennes e Dottora Elżbieta Kuzborska *

 

 

 

Prefazione

 

Nella sua risoluzione A/HRC/18/8 intitolata Human Rights and indigenous peoples, il Consiglio dei diritti dell’uomo ha richiesto al Meccanismo di esperti la preparazione di uno studio sul ruolo delle lingue e della cultura nella protezione e promozione dei diritti e dell’identità delle popolazioni indigene.

 

Questa presentazione fornisce un quadro globale sul ruolo delle lingue nei diritti delle popolazioni indigene nel corso della storia, e su come preferenze e restrizioni linguistiche abbiano escluso – o, in alcuni casi incluso – le popolazioni indigene in varie sfere della società.

 

Questa presentazione considera anche la natura e la portata dei diritti delle popolazioni indigene in quanto diritti dell’uomo, e il potenziale dei diritti linguistici delle popolazioni indigene utilizzati per rafforzarle piuttosto che per escluderle come avvenuto fin troppo spesso in molti paesi.

 

Le lingue rappresentano le fondamenta su cui si basano le culture. Le lingue differenziano i popoli, creano identità e rendono i parlanti parte di un unico gruppo.[1]

 

Introduzione

 

Le molteplici creazioni non invitano il disordine,

 

Né le tante lingue sono nemiche dell’umanità

 

Ma il piccolo tiranno deve fondere le cose in un solo corpo

 

Così da controllarle e imporgli la sua sola visione.

 

Eppure coloro che sono veramente grandi

 

A cui il tempo ha trasmesso il dono della saggezza

 

Sanno che la verità deve essere frutto della vista

 

E che tutte le svariate danze dell’umanità sono belle

 

Adorne dei grandiosi canti del nostro pianeta[2]

 

 

 

Dall’Africa all’Asia, dalle Americhe alla Siberia, le popolazioni indigene del mondo hanno spesso visto ignorate, denigrate o persino soppresse la loro lingua e la loro cultura. Il lascito di tali pratiche perdura ancora oggi e ne sono la prova i bassi tassi di mantenimento e successo dell’insegnamento in una lingua estranea a un gran numero di bambini indigeni, così come il diffuso e continuo rifiuto delle autorità di Stato in molte parti del mondo a utilizzare lingue indigene nei contatti e nelle interazioni con le popolazioni indigene. A sua volta, ciò spesso porta a scarsa comunicazione e carente accesso ai servizi sociali e all’assistenza sanitaria, occupazione e opportunità di avanzamento di carriera limitate per le popolazioni indigene, o forse peggio, all’idea che le lingue e le culture indigene abbiano meno valore o siano inutili.

 

Eppure la lingua riveste un ruolo tremendamente importante sia come guardiano che come accesso: le popolazioni indigene possono essere escluse o svantaggiate laddove il governo limiti o neghi la possibilità di utilizzo di una lingua indigena all’interno delle istituzioni di uno stato e nelle relazioni con il pubblico, o invece può essere aperto un accesso sia all’istruzione sia alla crescita quando l’utilizzo di una lingua indigena può servire a dare più potere ai membri delle comunità indigene.

 

Lingue indigene ed eredità storica

 

[L’Italia è stata] scelta dalla provvidenza divina per rendere il cielo stesso ancor più glorioso, per unire gli imperi sparsi per il mondo, conferire la purificazione alle azioni umane, per unificare i dialetti rozzi e dissonanti delle tante nazioni diverse con il filo di una lingua comune, per donare all’umanità le gioie dell’orazione e della civilizzazione, per divenire, in breve, la terra madre di tutte le nazioni della terra.

 

 

 

Plinio il Vecchio[3]

 

Storicamente, il divieto o il rifiuto di utilizzare lingue indigene il più delle volte ha portato all’esclusione di individui indigeni da molti aspetti della vita politica e sociale. Le lingue dei conquistatori e dei colonizzatori erano spesso percepite dai parlanti come civilizzate, in linea con l’affermazione di Plinio secondo cui tutte le lingue barbare dovevano essere inglobate in una sola lingua di civilizzazione e legate a una sola patria.

 

Troppo spesso nella storia questo sentimento ha prevalso in relazione alle lingue indigene (e spesso minoritarie), nonostante sino al XVII secolo non ci fosse magari una grande attenzione o un qualche tentativo di sradicare la lingua utilizzata dalle popolazioni indigene, dal momento che “[q]uando il paese era governato da una classe dirigente poco numerosa, non importava quale fosse la lingua parlata dalle masse, purché rimanessero al loro posto”[4]. Durante gran parte del periodo antecedente la comparsa del concetto dello Stato nazione dell’Europa occidentale, la maggior parte degli imperi antichi e delle strutture giuridiche e politiche premoderne che entravano in contatto con le società indigene cercavano per lo più di preservare le strutture amministrative, comunitarie e giuridiche già esistenti. Ad esempio, nel vasto impero ellenico si cercava per quanto possibile, di mantenere i funzionari indigeni, e dunque la lingua utilizzata a livello locale rimase per lo più invariata. Nel IX secolo la politica cinese nelle regioni meridionali riconosceva che un certo grado di autonomia locale, accompagnata all’utilizzo delle lingue locali (indigene) persino nelle questioni ufficiali, era la strada giusta da seguire. Cominciato durante la dinastia Tang, incredibilmente il sistema Du Si per l’amministrazione locale per le popolazioni indigene riuscì a sopravvivere, con gli Zhuang, sino al 1929.[5]

 

In Europa comunque, durante il XV secolo cominciava a delinearsi una tendenza che si sarebbe diffusa nel mondo e avrebbe influito significativamente sulle lingue e sulle culture delle popolazioni indigene: i governanti degli stati centralizzanti e le autorità coloniali europee cominciavano ad avvertire il bisogno di richiedere la fedeltà dei propri sudditi e di ricollegarla all’idea di una lingua unificante e, in qualche modo, persino al concetto di una cultura nazionale unica. A seguito delle affermazioni di giuristi come Marsilio secondo cui l’ultima fonte di un potere sovrano risiedeva nel popolo, un governante poteva utilizzare una lingua comune come prova naturale di tale fedeltà[6], o imporre la propria lingua ai suoi sudditi con l’intento di rafforzare il legame tra l’uno e gli altri.

 

La crescente marginalizzazione delle popolazioni indigene attraverso la lingua

 

Abbiamo rivoluzionato il governo, le leggi, gli usi, i costumi, il commercio e il pensiero; lasciateci rivoluzionare anche la lingua che è il loro strumento quotidiano. Cittadini! La lingua di un popolo libero deve essere unica e sola per tutti; …gli uomini liberi sono tutti uguali, e l’accento vigoroso della libertà e dell’equità rimane lo stesso, sia che questo venga dalla bocca di un abitante delle Alpi, dei Vosgi o dei Pirenei… Abbiamo osservato il dialetto chiamato basso bretone, il dialetto basco, la lingua tedesca e quella italiana perpetuare il regno della fantasia e della superstizione, assicurare il dominio di preti e aristocratici, impedire alla rivoluzione francese di penetrare in nove dipartimenti e favorire i nemici della Francia. Voi avete strappato a questi fanatici randagi l’impero dei santi istituendo il calendario repubblicano; sottraete l’impero dei preti insegnando la lingua francese…è un tradimento della patria lasciare i cittadini nell’ignoranza della lingua nazionale.[7]

 

In Europa e poi nelle colonie europee, nel momento in cui il monarca instaurava l’autorità regia sui sudditi che precedentemente dovevano la propria lealtà ai signori feudali o ai tradizionali detentori del potere, le differenze linguistiche (e in vari momenti religiose o culturali) venivano sempre più percepite sia come inconvenienti che come ostacoli. Un governante locale o un capo tribù potrebbe condividere con la popolazione locale la conoscenza della lingua del posto, che questa sia algonchino, nahuatl, curdo o basco, ma a partire dal XV secolo i sovrani europei cominciano a centralizzare il potere e il controllo attraverso una burocrazia dove la conoscenza delle lingue indigene cominciava gradualmente ad essere vista come un ostacolo.

 

La lingua è uno dei simboli più forti per una cultura condivisa nella società umana, ed è in parte per questa ragione che in diversi momenti gli è stata attribuita un’aura quasi mistica, pensando anche che un’unica lingua fosse necessaria a legare le persone a una sola comunità politica di Stato o dell’impero; come conseguenza, la diversità linguistica ha cominciato gradualmente ad essere vista come una minaccia, o quanto meno come un inconveniente, che sarebbe stato meglio estirpare. Furono dunque istituiti i primi veri tentativi giuridici per eliminare l’utilizzo istituzionale o consuetudinario di lingue indigene e minoritarie, arrivando persino all’assimilazione forzata della lingua privilegiata dal sovrano. Quando fu interrotto il potere dei governanti locali o indigeni, si palesò un processo di centralizzazione sistematica.

 

Su questa scia, il trattamento delle lingue indigene nelle Americhe è sintomatico dell’evoluzione delle pratiche messe in atto in gran parte del mondo. Nonostante nel 1550 la Spagna avesse richiesto con un ordinanza[8] l’obbligo di utilizzare la lingua spagnola per l’insegnamento alle popolazioni indigene, a questa si opposero i missionari cattolici, basandosi sulle decisioni prese durante il Concilio di Trento (1545-1563), che approvava e persino incoraggiava l’utilizzo delle lingue indigene come la strada migliore da adottare per assicurare la conversione della popolazione pagana. Inoltre, in alcuni casi era più semplice per i missionari imparare le lingue diffuse prima dell’imperialismo come il nahuatl. Per un certo periodo, l’utilizzo della lingua indigena da pare delle autorità coloniali e del clero, anche nell’ambito dell’istruzione “pubblica”, portò non solo a un suo maggior utilizzo ma anche a ciò che potrebbe essere meglio descritto come il successo in ambito scolastico, intellettuale e persino economico dei parlanti tali lingue indigene. Essendo stato il bilinguismo per lo più una realtà per i membri delle comunità indigene o per le persone con origini miste, l’uso effettivo del nahuatl come lingua delle autorità nell’istruzione e nella comunicazione favorì la diffusione di persone che parlavano perfettamente sia il nahuatl che lo spagnolo. Questo determinò, in molte zone delle Americhe dove per un certo periodo di tempo le lingue indigene furono utilizzate dalle autorità per fini ufficiali, che la mobilità sociale ed economica favorisse coloro che conoscevano le lingue indigene e la lingua del colonialismo europeo.

 

Un esempio illuminante sebbene poco conosciuto di come l’utilizzo delle lingue indigene da parte delle autorità possa essere inclusivo, può essere rappresentato dalla prima vera istituzione, di successo anche se con una vita breve, di istruzione superiore nel Nuovo Mondo, il Real Colegio de Santa Cruz fondato a Tlatelolco, Messico, nel 1536.

 

Rappresentazione del Real Colegio de Santa Cruz: un successo in ambito scolastico e intellettuale

 

Fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/File:Tlatelolco.jpg

 

Il college era un istituto d’istruzione per le popolazioni indigene dove i monaci insegnavano in tre lingue: castigliano (spagnolo), nahuatl e latino. Durante la sua breve esistenza ha formato laureati multilingue (indigeni) che avrebbero brillato negli ambiti religiosi, intellettuali e sociali della società per decenni, creando ad esempio la prima grammatica di nahuatl nel 1547 a opera di Andrés de Olmos tre anni prima della prima grammatica per la lingua francese.[9] Dunque, almeno per alcuni decenni in cui il nahuatl veniva insegnato e ufficialmente utilizzato come lingua d’insegnamento al Colegio sino a 50 anni dopo la decisione del governo spagnolo di smettere di supportare la facoltà nel 1605, l’utilizzo di una lingua indigena per un incarico ufficiale in una delle istituzioni di Stato di prim’ordine del Nuovo Mondo portò alla formazione di intellettuali e leader indigeni acculturati che parlavano perfettamente nahuatl, castigliano e latino.

 

Ciò che avvenne con il Real Colegio de Santa Cruz, lo status delle lingue indigene e l’atteggiamento nei loro confronti è anche indicativo del modo in cui la lingua può essere utilizzata per escludere. Nonostante inizialmente in Messico nel XVI secolo l’insegnamento e la conversione fossero effettuati tramite le lingue indigene, e nel caso del Colegio tale insegnamento era multilingue e tendeva a favorire gli indigeni e le altre persone bilingui, nel 1696 Carlo II adottò un primo decreto che vietava l’utilizzo di ogni altra lingua diversa dallo spagnolo per tutto l’impero ispanico. A ciò seguirono diversi altri provvedimenti giuridici, che andarono a costituire la Cedula Real (decreto reale) del 1770 che aveva il chiaro obiettivo di eliminare le lingue indigene dalle colonie del re spagnolo. Tale provvedimento fu molto efficace ma non ebbe un successo completo, dal momento che molte lingue indigene sopravvivono ancora oggi, anche se per la maggior parte indebolite e in condizioni precarie. Dove la Cedula ebbe grande successo fu nel porre fine a quasi tutto l’insegnamento delle lingue indigene e della loro trascrizione e nell’ “ispanicizzazione” delle popolazioni indigene, e quindi comportando la loro crescente esclusione da gran parte degli ambiti del progresso economico e politico all’interno dell’Impero.[10]

 

 

Ritratto del re Carlo III, il cui decreto reale del 1770 stabiliva chiaramente la necessità di eliminare le lingue indigene. Fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/File:Charles_III_of_Spain.jpg

Gran parte delle lingue indigene in America Latina passarono dunque da una posizione inizialmente di favore, usata per facilitare gli sforzi per la conversione e l’amministrazione dei territori, a una situazione sempre più repressiva, un fenomeno che acquistò velocità nel XVIII secolo in gran parte delle colonie europee, al Nord e al Sud. In maniera analoga l’utilizzo della lingua tupí in Brasile come lingua franca fu inizialmente incoraggiato dalle autorità portoghesi nelle colonie del Nuovo Mondo. Gradualmente tale compromesso linguistico sarebbe stato rimpiazzato da mera tolleranza delle lingue indigene fino a che non fu possibile sopprimerle completamente nel XVIII secolo.[11]

L’unica eccezione significativa a questo processo di utilizzo inziale delle lingue indigene, seguito da mera tolleranza e infine soppressione attiva e intolleranza verso qualsiasi utilizzo di queste lingue riguarda la lingua guaraní in Paraguay il cui uso, nonostante qualche occasionale misura repressiva come sarà successivamente riportato in questa presentazione, era consentito e in età moderna in qualche modo protetto dallo Stato, in parte grazie ai primi sforzi dei missionari gesuiti. All’inizio e fino alla metà dell’Ottocento, le lingue indigene sono messe da parte dalle autorità a tutti gli effetti: il castigliano divenne la lingua ufficiale dei paesi dell’America latina (eccetto il Brasile) e l’inglese la lingua dell’amministrazione e del governo nel Nord America, con qualche enclave di lingua francese.

 

Come spiega il professor Sergij Vilfan:

 

[la marcia verso l’uniformità] portò al consolidamento degli Stati nazione, insieme alla successiva costituzione di un ordine centralizzato nato dalle rivoluzioni della classe media, centralizzazione che apparve dai primi anni del XIX secolo come simbolo della struttura dello stato liberale, paladino dell’ideale egualitario. Comunque il processo fu nocivo per un’esistenza duratura e uno sviluppo delle varie lingue di uso comune sia nel parlato che nello scritto sino a quel tempo.

 

 

 

Sicuramente l’unificazione politica è un processo che implica l’imposizione di una sola lingua – definita come la lingua nazionale – a spese di tutte le altre; è un altro mezzo per affermare la posizione dello stato nazionale a cui tale processo conduce. Oltre ad altre argomentazioni filantropiche, l’approccio oligarchico razionalista include anche quella dell’uniformità linguistica…

 

Certo, queste idee guadagnarono terreno in quella parte di opinione pubblica per cui il processo unificatore sarebbe stato un vantaggio. Il centralismo politico-amministrativo e la conseguente uniformità rappresentavano un fenomeno diffuso in Europa, e la Spagna non faceva eccezione.[12]

 

 

 

Per le popolazioni indigene nelle Americhe, in Asia, Oceania e Africa che avevano precedentemente esercitato la sovranità sulle proprie unità politiche, e che quindi controllavano le loro risorse e il proprio destino economico, sociale e culturale, questo processo di centralizzazione spesso imposto attraverso una lingua europea fu particolarmente ed estremamente dannoso. Gran parte delle leve politiche, economiche e persino culturali dell’autorità e del controllo finivano sempre più spesso in mano alle élite europee, specialmente laddove queste rappresentavano una porzione significativa della popolazione di una colonia o di uno stato da poco indipendente. Perciò le ex colonie americane dovevano adottare nei confronti delle lingue delle comunità indigene un atteggiamento analogo a quello delle nazioni europee. Un decreto del Guatemala emanato nel 1824 richiedeva che le lingue indigene non venissero più utilizzate, e così avvenne nelle scuole del Messico dal 1910 fino approssimativamente al 1935.[13]

 

In altre parti del mondo, dove le autorità coloniali cercarono di insediarsi nei nuovi territori che controllavano con gli europei anziché limitarsi semplicemente a governare le popolazioni locali, ciò portò inevitabilmente a misure che bollavano le altre lingue come indesiderate, o persino inferiori. Alcuni stati australiani promulgarono leggi che bandivano l’insegnamento in lingue “straniere”, mentre a quel tempo le lingue indigene erano semplicemente ignorate perché irrilevanti, ma negli anni Cinquanta dell’Ottocento la legislazione australiana sull’istruzione prevedeva che l’inglese fosse l’unica lingua d’insegnamento. Ciò ha portato a conseguenze particolarmente tragiche per le comunità indigene e le loro lingue. In questa fase, oppressione e assimilazione forzata – in parte togliendo i figli ai propri genitori – portarono alla scomparsa di circa 100 delle 250 lingue parlate in Australia nel 1788.[14] Per di più tale processo non è stato completamente abbandonato, dal momento che nel 2008 le autorità australiane, nei Territori del Nord dove molti aborigeni indigeni vivono attualmente, hanno legiferato per porre virtualmente fine all’insegnamento effettivo nelle lingue aborigene nelle scuole pubbliche.[15]

 

La volontà politica di creare una nuova comunità rappresentata dallo stato richiedeva simboli comuni, e la lingua era considerata uno di questi simboli. Pertanto, in diversi stati-nazione i governi adottarono le misure necessarie ad assicurare la conformità ai simboli scelti dalla maggioranza – se non necessariamente da tutta – la sua popolazione:

 

Nel XIX secolo le scuole francesi, seguendo l’ordine di estendere la lingua nazionale alla metà della Francia ancora non francofona, gli insegnanti utilizzavano le punizioni per sopprimere l’utilizzo delle lingue native da parte degli studenti. Negli anni ’90 dell’Ottocento i bambini sorpresi a utilizzare il bretone venivano messi a pane e acqua o spediti a pulire le latrine della scuola, o venivano costretti a indossare un simbolo di vergogna. Tove Skutnabb-Kangas bolla come violento l’obbligo per i parlanti lingue minoritarie – ad esempio i lapponi in Norvegia, i finlandesi in Svezia, i curdi in Turchia e i nativi americani negli Stati Uniti – di frequentare scuole per l’assimilazione centralizzata che separavano i bambini dalle loro famiglie e annientavano la loro cultura e la loro lingua d’origine. Inoltre la Skutnabb-Kangas descrive i bambini finlandesi e gallesi puniti per aver utilizzato le lingue che utilizzavano in casa costringendoli a portare grossi pesi o a vestire collari che limitavano i movimenti della testa. Nel 1846 il gallese era consentito nelle classi solo come strumento per l’insegnamento dell’inglese; fu poi proibito completamente dal 1871 al 1939. Le scuole americane furono egualmente zelanti del convertire tutti all’inglese. Quando gli Stati Uniti strapparono le Filippine alla Spagna nel 1898, l’inglese venne imposto nelle scuole unitamente alla pratica di sospendere o abbassare i voti degli studenti che utilizzavano lingue diverse dall’inglese. [16]

 

In molte parti del mondo c’erano anche chiari accenni di superiorità razziale o culturale nell’atteggiamento verso le lingue e le culture indigene:

 

Dopo la guerra del 1812 con gli Stati Uniti, i colonizzatori britannici non richiedevano più che i popoli indigeni fossero alleati o, del resto, esploratori o commercianti. Il loro valore diminuì rapidamente diminuito, col risultato che le tribù aborigene furono stigmatizzate come ostacoli al progressivo insediamento di una società canadese. Inoltre, rifiutando di abbandonare la propria identità e di essere assimilati in “livelli più alti” di “civilizzazione”, le popolazioni indigene furono declassate come specie inferiori e ineguali i cui diritti potevano essere calpestati impunemente… Una politica di assimilazione si sviluppò come parte di questo progetto per sottomettere e subordinare le popolazioni aborigene. A partire dagli inizi del XIX secolo l’eliminazione del “problema indiani” era una delle maggiori preoccupazioni per la colonia, e poi per il Dominion. Le autorità rifiutavano lo sterminio come soluzione, e si concentrarono invece su un processo pianificato di cambiamento culturale noto come assimilazione. Attraverso l’assimilazione il settore dominante voleva minare il carattere distintivo della società tribale aborigena; assoggettare gli aborigeni alle regole, ai valori e alle sanzioni della società euro-canadese; e assimilare la minoranza “deculturizzata” alle tendenze dominanti attraverso un processo di “anglo-conformizzazione”. I mezzi per raggiungere questa apparente conformità alla società euro-canadese sono nelle mani di missionari, insegnanti e legislatori.[17]

 

Negli USA venivano assunti insegnanti che parlavano solamente inglese ed erano incaricati di assimilare i bambini indigeni alla società controllata dalla maggioranza. I bambini venivano puniti, a volte picchiati o veniva lavata loro la bocca col sapone se questi si lasciavano sfuggire una parola nella loro lingua indigena: “nei collegi che molti di loro erano costretti a frequentare dal governo, che a volte tratteneva il cibo dei genitori che volevano tenere a casa i loro figli.”[18]

 

Il colonialismo in effetti rispose a situazioni linguistiche molto complicate e differenti tra loro con diverse modalità. Ne è un esempio il caso del Sud Africa, dove gli afrikaner adottarono una politica ispirata a quella britannica:

 

Il fatto che le autorità britanniche abbiano colto l’importanza della lingua è evidente se si considerano i passi fatti per rendere obbligatorio il pubblico utilizzo della lingua inglese. Prima fecero pressione nelle scuole: l’inglese fu esteso per proclama alle corti a partire dalla fine degli anni Venti dell’Ottocento, nel 1853 fecero dell’inglese la lingua esclusiva del parlamento, e per il [1870] sembravano aver trionfato su tutti i fronti. Per la metà degli anni Settanta dell’Ottocento, il presidente della Corte suprema, J.H. de Villiers, poteva ben affermare che, nonostante il tempo in cui gli abitanti della colonia parleranno e riconosceranno un’unica madre lingua comune fosse ancora lontano, quel momento sarebbe arrivato, e quando sarebbe successo la lingua della Gran Bretagna sarebbe stata anche la lingua del Sud Africa…

 

In molti casi le lingue coloniali come inglese, francese, spagnolo e portoghese e i tratti culturali ad esse legate acquisivano un valore economico e sociale che veniva tutelato a qualsiasi costo, mentre le lingue e molti dei tratti culturali delle popolazioni indigene erano sottostimati e spesso disprezzati. [19]

 

A quel tempo erano diverse le metodologie largamente adottate dalle autorità di Stato nei paesi di tutto il mondo con l’intento di modellare le persone appartenenti a minoranze e popolazioni indigene nella nuova identità coloniale o nazionale, dal momento che gli stati intervenivano sempre più direttamente in quelle che prima erano attività orientate alla comunità, istruzione inclusa:

 

Nel 1812 la giunta governativa comunicava agli insegnanti delle scuole che lo spagnolo era la lingua d’insegnamento e che il guaraní non doveva più essere di uso scolastico. “Nelle scuole l’utilizzo del guaraní durante le ore di lezione era proibito. Per far rispettare questa regola gli insegnanti controllavano gli scolari distribuendo degli anelli di bronzo, che venivano dati a chiunque fosse stato scoperto a parlare in guaraní… [Al] sabato, gli anelli dovevano essere restituiti e chiunque fosse stato scoperto con un anello veniva punito con quattro o cinque frustate”.[20]

 

Il popolo Sami in Scandinavia era sottoposto a molte delle stesse tecniche. Ad esempio, dalla seconda metà del XIX secolo, le autorità norvegesi portarono avanti una politica di assimilazione nell’istruzione come parte del processo di costruzione di una nazione norvegese in cui l’idea di “una nazione – una lingua” giocava un ruolo preponderante. A questa seguivano altre misure riguardanti le preferenze linguistiche dello Stato, che dovevano avere un impatto altamente distruttivo sulla lingua, la cultura e l’identità dei Sami:

 

Nel 1902 venne applicata una legge secondo cui la terra di proprietà statale nel Finnmark poteva essere venduta o affittata solo a cittadini norvegesi che sapessero parlare, leggere e scrivere la lingua norvegese e che la utilizzassero nella vita quotidiana. Tale norma voleva soprattutto andare contro gli immigrati finlandesi, ma il suo impatto sul popolo Sami fu almeno altrettanto grave.[21]

 

 

 

Prima dello stanziamento europeo in Australia, nel continente c’erano approssimativamente 250 lingue aborigene e dello Stretto di Torres. Circa un terzo continuano ad essere parlate da alcune persone, anche se molte vengono parlate solo da una manciata di vecchi anziani. La loro scomparsa non ha niente a che fare con la loro incapacità di adattamento al contesto di una società tecnologica, ma ha molto a che fare con le azioni repressive, e persino genocide, messe in atto dalle autorità pubbliche o dai membri della maggioranza al potere:

 

Ogni nuova politica governativa e ogni pratica della comunità non-[aborigena o dello Stretto di Torres] postulava sull’inferiorità del popolo indigeno; l’espropriazione originaria della loro terra veniva compita basandosi sull’idea che la terra non fosse occupata e che la popolazione non fosse civilizzata; la politica di protezione era basata sulla convinzione che il popolo aborigeno non potesse ottenere un posto nella società non-[aborigena e dello Stretto di Torres] e che gli aborigeni dovessero essere protetti da loro stessi mentre la razza scompariva; chi supportava la politica di assimilazione riteneva che la cultura e il modo di vivere degli aborigeni fossero senza valore e che facendogli assimilare i nostri usi noi facciamo loro un favore; arrivando persino a prendere i loro bambini e a separarli dalla famiglia.[22]

 

2.2 Minacce per le lingue e le culture delle popolazioni indigene: una preoccupante verità

 

La violenza fisica sul campo di battaglia fu seguita dalla violenza psicologica sui banchi di scuola. Se la prima però era visibilmente brutale, la seconda era visibilmente gentile […] La pallottola era lo strumento dell’assoggettamento fisico. La lingua era lo strumento dell’assoggettamento spirituale.[23]

 

 

 

Un simile scenario, vissuto in modo ricorrente dalle popolazioni indigene di tutto il mondo,[24] deve essere inteso in termini di potere economico e politico in aggiunta alle manifestazioni giuridiche di detto potere: generalmente il gruppo invasore strappava il controllo della terra alle popolazioni indigene per sfruttare le risorse locali e istituire un potere politico efficace sul territorio. A volte le autorità conquistatrici trovavano nel consolidamento del potere e del controllo sui territori appena acquisiti un espediente per imporre il proprio stile di vita alle popolazioni indigene, le cui tradizioni erano spesso considerate primitive, così da supportare la legittimità delle loro pretese di possesso e dominio.[25]

 

Molte delle politiche riguardanti le popolazioni indigene erano quindi basate sull’assunto delle autorità di Stato e di chi era al potere, secondo cui le popolazioni, le culture e le lingue indigene alla fine sarebbero scomparse naturalmente o sarebbero state assorbite in altri strati della popolazione e nella cultura nazionale emergente del nuovo stato:

 

Ci si aspettava che le lingue indigene sarebbero scomparse…di fronte al dinamismo, all’uguaglianza e all’attrattiva delle lingue ufficiali, quelle lingue internazionali che si pensava avessero vantaggi reali o immaginari di ogni sorta, e che erano considerate particolarmente adatte per scienze, tecnologia, arte e per il processo di civilizzazione. Per questa ragione non venne posto alcun accento sul piano statale per l’insegnamento delle lingue indigene o per il loro utilizzo come lingua d’istruzione in alcune delle prime fasi dell’istruzione. Ciò fu considerato contrario ai maggiori interessi di quelle società e come un pericolo per l’unità nazionale, poiché si temeva avrebbe inevitabilmente portato all’insularità linguistica e a una eccessiva frammentazione sociale e politica.[26]

 

 

 

Queste politiche hanno spesso portato alla cancellazione di lingue e culture indigene. Costringendo i bambini appartenenti alle popolazioni indigene a studiare in quella che costituiva a tutti gli effetti una lingua straniera all’interno del sistema e dell’ambiente educativo del gruppo dominante, “si voleva arrivare alla cosiddetta civilizzazione di queste popolazioni inclusa anche la sostituzione della loro lingua originaria” e alla rimozione di qualsiasi minaccia all’unità dello Stato.[27]

 

Oggi le conseguenze sono inequivocabili: mentre la diversità linguistica stessa è minacciata in tutto il mondo, molte delle lingue che scompariranno nel prossimo secolo sono lingue indigene:

 

Le lingue delle popolazioni indigene nel panorama della diversità linguistica mondiale sono almeno 4000 e ai giorni nostri gran parte delle lingue indigene appartiene alla categoria delle lingue in grave pericolo.[28]

 

 

 

Oltre il 50% delle 6700 lingue del mondo è in grave pericolo e potrebbe andare perso entro un periodo di tempo che va da una a quattro generazioni, con la scomparsa di almeno una lingua ogni due settimane, e la stragrande maggioranza di queste lingue a rischio è indigena. Nonostante le lingue si siano sempre avvicendate nel corso della storia dell’uomo, il tasso di scomparsa delle lingue è salito quasi esponenzialmente dopo il XV secolo, in larga parte a causa dei fattori precedentemente descritti. In altre parole, nonostante sia innegabile che sia nella natura delle lingue diffondersi o dissolversi col tempo, la tendenza osservabile negli ultimi cento anni suggerisce che non stiano morendo tutte di morte naturale. È naturale che alcune lingue muoiano, ma ciò che cambia è la velocità a cui queste stanno morendo; ed è il ritmo accelerato a cui le lingue scompaiono a non essere un fenomeno naturale, contrariamente a quello che è stato a volte suggerito. Secondo alcuni autori, molte lingue indigene sembrano scomparire perché vengono sistematicamente distrutte dagli effetti delle politiche governative.[29]

Le lingue del mondo: il declino in rapida ascesa della diversità linguistica, specialmente per quanto riguarda le lingue indigene

 

Essendo questa tendenza particolarmente dannosa per le lingue indigene, alcuni esempi concreti possono illustrare il devastante risultato che questa ha avuto in molte parti del mondo: delle circa 60 lingue indigene ancora parlate in Canada, solo 5 contano più di 10.000 parlanti, e alcuni esperti credono che solo le tre più largamente utilizzate non siano minacciate nel lungo termine.[30] Negli ultimi decenni questo processo di erosione e di scomparsa ha accelerato, passando dal 29% delle popolazioni indigene del paese i cui membri sono in grado di sostenere una conversazione in una lingua indigena nel 1999, a poco meno del 25% cinque anni dopo nel 2004,[31] e questo nonostante in uno studio del 2001 più di due terzi abbiano indicato il loro desiderio di conservare e imparare o di reimparare una lingua indigena.[32] Una situazione analoga è emersa chiaramente all’altro capo del mondo, in Australia, dove delle circa 250 lingue aborigene parlate prima dell’arrivo degli inglesi nel 1786, ne rimangono oggi forse 145, di cui solo 60 sono considerate le principali lingue d’utilizzo, e due terzi sono considerate “in serio pericolo”. Nel 2008, solo l’11% della popolazione aborigena o dello Stretto di Torres parlava una lingua aborigena in casa.[33] In Brasile, un ricercatore ha suggerito che circa 540 lingue indigene (tre quarti del totale) sono scomparse a partire dall’inizio della colonizzazione portoghese nel 1530. Queste situazioni sono sintomatiche, ma certo non insolite: nel mondo le “zone calde delle lingue” dove la situazione più drammatica – zone con livelli altissimi di diversità linguistica e livelli di rischio altrettanto alti – coinvolgono tutte le lingue indigene riscontabili nella Siberia orientale e occidentale, nel centro del Sudamerica, nel Plateau del Pacifico nord-occidentale e in altre parti del mondo.[34]

 

 

Fonte: Mappa delle zone calde per lingue a rischio, http://anthropologynet.files.wordpress.com/2007/09/language-extinction-hotspot.jpg

Il tasso di scomparsa delle lingue indigene, in rapida crescita, sembra essere emerso in seguito alle conquiste coloniali dell’Europa più di 400 anni fa, e la maggioranza degli esperti le riconosce come la causa diretta del brusco declino della diversità linguistica. Come mostra il grafico sopra riportato, dello sviluppo dello stato moderno, per il quale si ritiene sia necessaria un’unità territoriale spesso strettamente legata alla presenza di una singola lingua ufficiale, probabilmente c’è tanto da biasimare dal momento che numerosi governi erano convinti che per ottenerlo fosse necessaria la presenza di una sola lingua per ogni paese, e per questa ragione in molti hanno proibito e persino punito l’utilizzo di una lingua minoritaria o indigena, una sorta di Ein Reich, Ein Volk, Eine Sprache, uno stato, un popolo, una lingua.

Ciò significa che in molti paesi europei – e poi in gran parte del mondo – a partire dal XVI secolo, molte lingue sono state lentamente soffocate fino alla morte. Il loro indebolimento è in realtà risultato di leggi, politiche e pratiche che hanno ridotto status, uso e spazio delle lingue minoritarie e indigene, rendendole prive di potere e persino inutili in società che diventano sempre più centralizzate in cui la lingua ufficiale è stata resa unica ed esclusiva nell’istruzione e nella pubblica amministrazione. L’industrializzazione e la crescente regolamentazione e intrusione dei governi in ogni aspetto della vita delle persone a partire dal XIX secolo ha significato maggiori pressioni in molti, se non nella maggior parte, degli stati perché scelgano e utilizzino un’unica lingua nella maggioranza degli ambiti, continuando dunque a indebolire la maggior parte delle lingue indigene. Come il biografo di Isabella di Castiglia, Antonio de Nebrija, ha notoriamente scritto, Siempre la lengua fue el compañero del Imperio,[35] un’ammissione tagliente sul fatto che la lingua sia strettamente legata al potere e al prestigio all’interno dello Stato. Se una lingua è resa più o meno impotente, questo ovviamente manda un messaggio molto forte: i suoi parlanti devono dimenticare la loro lingua se desiderano diventare più potenti, persino più moderni.

 

2.3 Verso risposte più inclusive alle lingue indigene da parte dello Stato

 

La lingua è un dono del Creatore. Incarnato nella lingua aborigena risiede il nostro unico legame col Creatore e risiedono i nostri comportamenti, le nostre convinzioni, i nostri valori e la conoscenza fondamentale di ciò che è verità.[36]

 

Per l’inizio della seconda metà del XX secolo, le posizioni nazionali avevano cominciato a subire un forte cambiamento in contemporanea al mutamento delle posizioni e delle norme internazionali sulla questione della risposta giuridica e istituzionale adeguata per quanto riguarda la presenza delle popolazioni indigene e delle loro lingue. Negli anni ’50 il Messico è stato teatro di importanti dibattiti dove si suggeriva che era inappropriato insegnare in spagnolo all’interno di un ambiente in cui la lingua madre era una lingua indigena. Per la metà degli anni ’60, il principio dell’alfabetizzazione precoce nella lingua nativa unitamente all’insegnamento dello spagnolo come seconda lingua diventarono la politica ufficiale del governo messicano. Negli anni ’70 la richiesta crescente sembrava quella di creare un intero programma educativo all’interno delle comunità indigene maggiori che fosse davvero bilingue e biculturale:

 

Ciò significa che, per la prima volta nella storia dell’istruzione messicana, le lingue e le culture indiane riceveranno il dovuto riconoscimento all’interno dei programmi scolastici. Si auspica che durante l’intero ciclo della scuola primaria tutte le materie saranno insegnate nella lingua madre, in quelle aree in cui viene parlata dalla maggioranza locale; che lo spagnolo sarà introdotto dall’inizio come una seconda lingua e che gli studenti indiani diventeranno completamente bilingui; che in tutte le materie importanti la cultura locale verrà tenuta in alta considerazione (ad esempio la storia, la geografia, i costumi, le tradizioni e l’etnobiologia locali e regionali, ecc.). Allo stesso tempo, a livello nazionale, il programma deve essere organizzato in modo tale che gli scolari di tutto il paese diventino consapevoli della composizione pluriculturale della nazione, e il rispetto e la conoscenza delle culture minoritarie deve diventare parte del programma nazionale. Certo, la piena ispanicizzazione di tutti i gruppi etnici minoritari è ancora l’obiettivo dichiarato, senza però arrivare più all’esclusione delle culture minoritarie in quanto tali.[37]

 

Le popolazioni indigene sembrano aver guadagnato notevoli traguardi in molti paesi, specialmente nell’istruzione pubblica. In Norvegia nel 1959 era consentito l’utilizzo del sami come lingua dell’istruzione primaria nelle scuole. Nel 1969 la legislazione norvegese formalizzava il diritto dei figli dei parlanti sami nei distretti sami ad essere istruiti nella lingua della propria comunità indigena. Per il 1990, la “Legge norvegese sulla scuola primaria” recita come segue:

 

  1. I bambini nei distretti sami hanno il diritto a che sia insegnato loro il sami e ad essere istruiti per mezzo del sami. Dal settimo anno in poi sono gli alunni stessi a decidere in proposito. I bambini a cui viene insegnato il sami o che vengono istruiti attraverso il sami sono esenti dall’insegnamento in una delle due varietà di lingua norvegese all’ottavo e al nono anno.
  2. Su proposta del consiglio scolastico, il consiglio comunale potrebbe stabilire di far insegnare obbligatoriamente in sami ai bambini che lo parlano per tutti e nove gli anni e che i bambini che parlano norvegese debbano imparare il sami come una materia.
  3. L’insegnamento in o per mezzo del sami può essere impartito anche ai bambini con origini sami al di fuori dei distretti sami. Qualora nella scuola vi siano almeno tre alunni che parlano sami, questi possono richiedere l’insegnamento in detta lingua.[38]

 

 

Negli anni ’80 tutti e tre i paesi scandinavi avevano iniziato a elaborare delle garanzie giuridiche in ottemperanza al diritto di utilizzo della lingua sami. La Norvegia, con la maggiore popolazione sami, adottò la prima legge sulla lingua sami nel 1990, seguita dalla Finlandia nel 1991 con la sua legge sull’utilizzo della lingua sami con le autorità. Il comportamento della Svezia su tale questione è stato molto più riservato di quello dei suoi vicini, nonostante in realtà avesse messo in atto alcune regolamentazioni sull’uso del sami. Tutti e tre gli stati hanno eletto direttamente “parlamenti” sami istituiti in Finlandia nel 1973, in Norvegia nel 1987 e in Svezia nel 1993. Nonostante questi siano prettamente organi consultivi, il fatto che questi siano stati eletti conferisce loro un peso considerevole con i legislatori quando si affrontano questioni importanti per i Sami.

 

Negli ultimi trentacinque anni circa, anche i paesi dell’America latina hanno cominciato a muoversi in una direzione simile per quanto riguarda il diritto di utilizzare lingue indigene. Nel marzo del 1975 il Perù emanò il Decreto N. 21 riconoscendo il quechua come una lingua ufficiale della Repubblica dal momento che, come esposto nella prefazione, ampie porzioni della popolazione indigena “non hanno accesso diretto alla conoscenza delle leggi”. Il decreto prevede anche che laddove le parti parlino unicamente quechua, le procedure legali debbano essere condotte in questa lingua, e che il Ministero dell’Istruzione debba fornire “tutto il supporto necessario alle istituzioni coinvolte nell’…insegnamento e nella promozione della lingua in questione”. L’insegnamento del quechua viene dichiarato obbligatorio a “tutti i livelli di istruzione nella Repubblica”. Più recentemente, il 5 luglio 2011 il Congresso peruviano ha approvato la Legge 29735 per la preservazione, lo sviluppo, la rivitalizzazione e l’utilizzo delle lingue indigene. Il Bolivia, il decreto supremo N. 23036 del 28 gennaio 1992 contiene dei provvedimenti per l’implementazione del Programa de Educación Intercultural Bilingue nelle comunità Guaraní, Aymara e Quechua.[39] In Messico, il decreto esecutivo del 27 gennaio 1992 va a emendare l’Articolo 4 della Costituzione includendo un provvedimento che protegge lo sviluppo delle lingue, della cultura, degli usi, dei costumi, delle risorse e delle organizzazioni sociali indigene. In Paraguay la Legge 28 del 10 settembre 1992 rende obbligatorio l’insegnamento di entrambe le lingue nazionali (spagnolo e guaraní) nelle scuole elementari e secondarie e nelle università.[40] La Francia, nei suoi territori d’oltre mare della Nuova Caledonia, ha riconosciuto la necessità di rispondere alla particolare situazione giuridica e politica delle popolazioni indigene, così come ha riconosciuto la necessità di adottare politiche linguistiche appropriate.[41]

 

Le lingue indigene in diverse unità politiche federali canadesi (il Nunavut, e i Territori del Nord[42]) hanno anche ottenuto lo status di lingue ufficiali, assieme ad altri atti di maggiore tolleranza e supporto compiuti negli Stati Uniti che, fino a circa quarant’anni fa, sono stati intransigenti nei confronti delle popolazioni indigene, delle loro lingue e delle loro culture:

 

Nel 1978 il Congresso di stato delle Hawaii riconobbe l’hawaiano come una lingua ufficiale; successivamente fu istituito un programma di rivitalizzazione della lingua. Dieci anni dopo…un senatore hawaiano avanzò una proposta in entrambe le Camere del Congresso che portò all’adozione del Native American Languages Act (legge sulle lingue native americane) nell’ottobre del 1990. Nell’ottobre 1992 fu approvata una normativa aggiuntiva che predisponeva un programma di sovvenzioni “al fine di assicurare la sopravvivenza e una vitalità duratura delle lingue native americane”… Il Native American Languages Act riconosce che “gli Stati Uniti hanno la responsabilità di agire insieme ai nativi americani per assicurare la sopravvivenza di quelle culture e lingue uniche”, e instaura una politica federale “per preservare, proteggere e promuovere i diritti e la libertà dei nativi americani di utilizzare le lingue native americane come strumento per l’insegnamento”. Il sistema di sovvenzioni supporta i progetti della comunità, la formazione degli insegnanti, lo sviluppo dei materiali, la formazione per la produzione radiofonica e televisiva, la documentazione linguistica e l’acquisto di attrezzature.[43]

 

 

 

In Nuova Zelanda numerose sentenze hanno confermato che la lingua māori è sotto la protezione del Trattato Waitangi in quanto te reo māori, tesoro māori di grande valore.[44] Nel riconoscimento degli obblighi previsti dal trattato della Nuova Zelanda, il māori fu resa una lingua ufficiale nel 1987 e venne adottata una normativa atta a soddisfare i relativi obblighi nel rispetto della lingua degli indigeni māori:

 

  1. Le leggi e le politiche che inibiscano l’utilizzo della lingua māori nelle corte sono in contrasto con i principi del trattato.
  2. I sistemi educativi e telecomunicativi privilegiano eccessivamente l’inglese e falliscono dunque nel dare adeguata protezione alla lingua māori.
  3. la lingua māori deve essere riconosciuta nelle corti e nei rapporti con ogni dipartimento o autorità locale.[45]

 

Ci sono molti esempi più recenti di questo tipo di evoluzione favorevole nella legislazione nazionale.[46] La seconda metà del XX secolo rappresenta quindi un periodo durante il quale si è verificato un significativo cambiamento di paradigma: le lingue indigene sono riconosciute simbolicamente, spesso per via normativa, come parte integrante della società in molti paesi del mondo. Ciò viene comunemente accompagnato da politiche e comportamenti più tolleranti e inclusivi verso lingue e culture delle popolazioni indigene, persino celebrando le loro identità come una componente importante dell’identità nazionale. Sfortunatamente quasi ovunque, mettere in pratica tali principi, e consentire a queste lingue e a queste culture di condividere davvero lo spazio pubblico con la lingua maggioritaria o dominante, sembra un qualcosa di ancora molto lontano dalla realtà.

 

Nonostante vi sia indubbiamente una visibile tendenza al riconoscimento dell’importanza fondamentale della lingua e della cultura per le popolazioni indigene in molti paesi, non tutti gli stati agiscono di conseguenza. La tendenza degli ultimi trent’anni non si è necessariamente tradotta in un cambiamento significativo sul campo. Nella pratica le lingue e le culture delle popolazioni indigene continuano ad essere trascurate, a volte creando situazioni di frustrazione e persino di rabbia. Nel 1993 gli abitanti indigeni dell’Isola di Pasqua sfidarono apertamente il governo cileno, chiedendo il controllo della propria terra e l’utilizzo della propria lingua nativa, il rapa nui, come lingua principale delle loro scuole. Persino gli stati con una tradizione maggiormente consolidata nel tempo tendente all’accomodamento nei confronti delle popolazioni indigene hanno incontrato problemi nell’implementazione. In Messico gli insegnanti della scuola pubblica sono spesso riluttanti o impreparati a presentare le lingue indigene in classe all’interno di un contesto importante. È forse ancora più ironico per un paese dove le normative esistenti sembrano molto ricettive nei confronti delle lingue e delle culture indigene,[47] il fatto che gli insegnanti indigeni assunti dalle autorità messicane siano spesso mandati in scuole pubbliche dove la lingua degli studenti è diversa dalla loro. I materiali in lingua indigena, se disponibili, sono spesso traduzioni degli originali in lingua spagnola senza alcun riferimento alle culture indigene. In diversi altri stati la buona volontà delle pubbliche autorità si scontra a volte con un’estrema scarsità di risorse o con tagli alle voci della spesa pubblica come l’istruzione pubblica. Persino la rivolta armata delle popolazioni indigene, inclusi i membri [dei gruppi] tzeltal, tzotzil, tojolabal e chol, nel Chiapas, Messico, nel gennaio del 1994 si basò in parte sull’incapacità o sulla riluttanza delle autorità messicane di portare a termine i propri obblighi costituzionali e giuridici, compresi quelli sull’utilizzo delle lingue indigene. Molti insegnanti della scuola pubblica all’interno delle comunità indigene non erano in grado di parlare la lingua locale, e materiale e libri scolastici erano spesso disponibili unicamente in spagnolo, in evidente violazione della costituzione. Durante le negoziazioni con i ribelli, il governo accettò di garantire l’insegnamento nella loro lingua nativa e di rivedere il programma scolastico così da includere più storia e cultura indigena.[48]

Le lingue delle popolazioni indigene nell’ambito del diritto internazionale

 

La langue yaquie est un don d’Itom Achai, le créateur de notre peuple et elle doit, par conséquent, être traitée avec respect. Notre ancienne langue est le fondement de notre héritage culturel et spirituel sans lequel nous ne pourrions exister de la façon prévue par notre Créateur. L’éducation est la transmission de la culture et des valeurs; par conséquent, nous déclarons que l’éducation yaquie sera le moyen de transmission de la langue et de l’héritage spirituel et culturel. Nous déclarons de plus que tous les aspects de l’enseignement devront refléter la beauté de notre langue yaquie, de notre culture et de nos valeurs. Ce sera la politique de la tribu yaquie Pascua qu’aucun membre de la tribu ne devra être contraint par une autorité externe non yaquie à renier ou à avilir la langue yaquie… La langue yaquie est la langue officielle de la nation yaquie Pascua et peut être utilisée dans l’administration gouvernementale (pouvoirs législatif, exécutif et judiciaire), mais par respect pour les personnes parlant espagnol et anglais, l’espagnol et l’anglais peuvent être utilisés dans les affaires officielles du gouvernement…[49]

 

Dal silenzio al mormorio

 

Adesso ascoltate bene. Voi siete un popolo di montagna. Mi sentite? La vostra lingua è morta. È proibita. Non vi è permesso parlare la vostra lingua di montagna ai vostri uomini. Non vi è permesso. Lo capite? Non potete parlarla. È illegale. Potete solo parlare la lingua della capitale. Quella è l’unica lingua concessa in questo posto. Verrete severamente puniti se proverete a parlare la vostra lingua di montagna in questo posto. Questo è un decreto militare. Questa è la legge. La vostra lingua è proibita. È morta. A nessuno di voi è permesso parlare la vostra lingua. La vostra lingua non esiste più. Qualche domanda?[50]

 

Prima e immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, gran parte degli strumenti internazionali sono rimasti in silenzio sulla questione dello status o dei diritti delle popolazioni indigene. Le uniche vere eccezioni erano gli strumenti dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), che cominciò a lavorare sul trattamento delle popolazioni indigene negli anni ’20. Nata nel 1926 con un comitato di esperti sul lavoro dei nativi, la OIL ha poi adottato una serie di accordi riguardanti alcune questioni rilevanti per le popolazioni indigene, inclusa la convenzione (N. 29) sul lavoro forzato; la convenzione (N. 50) sul reclutamento di lavoratori indigeni; la convenzione (N. 64) sui contratti d’impiego (lavoratori indigeni), e la convenzione (N. 65) sulle sanzioni penali (lavori indigeni).[51]

 

È stato solo alcuni anni dopo la seconda guerra mondiale che l’interesse internazionale sui diritti delle popolazioni indigene è aumentato drasticamente, culminando nello studio del 1953 che avrebbe infine aperto la strada al primo trattato internazionale completo che riconoscesse – in modo molto limitato – i diritti relativi alle lingue indigene. Le lingue utilizzate dai membri delle popolazioni indigene sembravano dunque essere di interesse giuridico internazionale per la prima volta nel 1957 nella Convenzione OIL (N. 107) concernente la Protezione e Integrazione di popolazioni indigene e delle altre Popolazioni Tribali e Semitribali nei Paesi indipendenti. Il tono prevalente in questo accordo è chiaramente assimilazionista, poiché tratta principalmente metodi che consentano l’utilizzo delle lingue indigene come una misura temporanea antecedente l’adozione da parte delle popolazioni indigene delle lingue e delle culture “moderne” delle popolazioni dominanti di stampo occidentale. Ad esempio, non viene garantito nessun diritto a un’istruzione nella propria lingua indigena, ma solo a che questa venga insegnata dove praticabile, e ad una chiara “transizione progressiva” verso la lingua nazionale, evidentemente una velata indicazione dell’obbligo di assimilare lentamente gli studenti indigeni. Come un autore ha fatto notare:

 

Il grado di coerenza logica tra l’impegno a preservare una lingua e quello ad assicurarne la graduale eliminazione dall’uso non è enorme. L’impegno a preservarla è, per essere sicuri, solo di preservarla talmente tanto da far pendere la bilancia a favore dell’eliminazione.[52]

 

 

 

Due iniziative più recenti delle Nazioni Unite dimostrano sempre maggiore consapevolezza e interesse verso i bisogni specifici delle popolazioni indigene in merito a lingue e culture. Nel 1971 la Sottocommissione per la Prevenzione della Discriminazione e la Protezione delle Minoranze delle Nazioni Unite assegnò all’ambasciatore messicano José R. Martinez Cobo il compito di condurre uno studio sul problema della discriminazione verso le popolazioni indigene. Come si vedrà più avanti, questo rapporto contiene un analisi approfondita di molte questioni che vanno oltre quella della discriminazione. Inoltre, nel 1982 fu formato un gruppo di lavoro della Sottocommissione delle Nazioni Unite per esaminare gli sviluppi legati alle popolazioni indigene e per presentare conclusioni e raccomandazioni come misure appropriate per promuovere il rispetto per i loro diritti umani e le loro libertà fondamentali. Gli sforzi del gruppo di lavoro portarono al progetto di Dichiarazione sui Diritti delle Popolazioni Indigene nell’agosto del 1994 che venne inviato alla Commissione dei Diritti dell’uomo delle Nazioni Unite.  Nel 1995 la Commissione delle Nazioni Unite decise di dare vita a uno speciale gruppo di lavoro per una ulteriore valutazione del progetto di dichiarazione.[53] In seguito a più ritardi e un lungo dibattito sulle varie disposizioni, la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni fu finalmente adottata durante il 107° incontro plenario dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 13 settembre 2007. Anche se non legalmente vincolanti, le sue disposizioni rappresentano nei termini del suo contenuto concernente lingue, culture e diritti indigeni, un evidente e inequivocabile progresso coerente con la tendenza manifestatasi in molti paesi verso la fine del XX secolo, riconoscendo l’importanza delle lingue e delle culture indigene e stabilendo diversi principi riguardo a come questa importanza si debba riflettere in normative, politiche e pratiche.

 

In qualche modo sulla stessa scia, e in risposta al criticismo crescente verso la Convenzione OIL del 1957, nel 1987 l’Organizzazione internazionale del lavoro convocò una riunione di esperti, la quale portò infine all’adozione, nel 1989, della Convenzione OIL (N. 169) concernente le Popolazioni Indigene e Tribali nei Paesi indipendenti (la “Convenzione OIL del 1989”).

 

La tendenza a garantire un supporto statale per un maggiore utilizzo delle lingue indigene diventa chiara in questo strumento. Non c’è più l’urgenza di integrare – come in una forma debolmente mascherata di assimilazione – completamente le popolazioni indigene a spese della loro stessa lingua e cultura. La parola “integrazione” viene eliminata dal preambolo e sostituita da un palese bisogno di adottare “nuove norme internazionali…con l’idea di eliminare l’orientamento integrazionista delle norme precedenti”. Il preambolo prosegue riconoscendo le aspirazioni delle popolazioni indigene a esercitare il controllo sulle proprie istituzioni, sui propri stili di vita e sul proprio sviluppo economico, la qual cosa include il mantenimento e lo sviluppo della proprie identità, lingue e religioni. La Convenzione OIL del 1989 procede a identificare la modalità in cui gli stati debbano rispettare i diritti linguistici delle popolazioni indigene. In generale, l’Articolo 2 stabilisce che i governi abbiano la responsabilità di sviluppare (con la partecipazione delle popolazioni coinvolte) azioni atte a proteggere i loro diritti, e sottolinea la necessità di rispettare la loro identità sociale e culturale, i loro costumi e tradizioni e le loro istituzioni, includendo ovviamente anche la componente linguistica. Forse la disposizione più eloquente è l’Articolo 28, il quale stabilisce che:

 

  1. Quando ciò sia realizzabile, si deve insegnare ai bambini dei popoli interessati a leggere e scrivere nella loro lingua indigena o nella lingua più comunemente utilizzata dal gruppo cui appartengono. Qualora ciò non sia realizzabile, le autorità competenti devono intraprendere consultazioni con tali popoli in vista dell’adozione di misure atte a raggiungere tale scopo.
  2. Devono assumersi misure adeguate per garantire a questi popoli la conoscenza della lingua nazionale o di una delle lingue ufficiali del Paese.
  3. Devono adottarsi disposizioni per la salvaguardia delle lingue indigene dei popoli interessati e per promuoverne l’uso e lo sviluppo.*

 

 

 

Dall’integrazione totale all’accomodamento pratico nelle questioni linguistiche, la tendenza a livello internazionale è piuttosto chiara. Nonostante le popolazioni indigene possano ancora essere obbligate a imparare la lingua ufficiale o maggioritaria dello stato in cui vivono, queste non devono più essere costrette ad abbandonare la propria lingua e la propria cultura. Al contrario, pare che, secondo trattato, gli stati abbiano l’obbligo di fornire le risorse necessarie perché i bambini indigeni possano imparare la lingua dei propri antenati quando ciò è realizzabile. Difatti, se l’iniziativa internazionale più recente per le popolazioni indigene, la ­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Popolazioni Indigene è di qualche indicazione,

 

gli obblighi degli Stati verso le popolazioni indigene possono includere o meno l’obbligo di garantire l’istruzione nelle lingue indigene e di utilizzarle in svariate situazioni, ma si arriverebbe persino alla responsabilità del governo di supportare e fornire le risorse per la rivitalizzazione delle lingue indigene.

 

Infatti, il tono della Convenzione OIL del 1989 è piuttosto esitante se lo si confronta con la formulazione attuale nelle disposizioni della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti delle popolazioni Indigene.[54] Riconoscendo il diritto delle popolazioni indigene all’autodeterminazione nell’Articolo 3 (in virtù del quale possono determinare liberamente il proprio status politico e perseguire il proprio sviluppo economico, sociale e culturale), la dichiarazione enumera quindi un’impressionante serie di diritti che vanno oltre ciò che è stato generalmente considerato obbligatorio per i gruppi minoritari o per le persone, tra cui:

 

  1. Il diritto all’autonomia o all’autogoverno (Articoli 3 e 4).
  2. Il diritto di mantenere e rafforzare le loro distinte caratteristiche politiche, economiche, sociali e culturali, così come i loro sistemi legali, pur conservando il loro diritto a partecipare pienamente alla vita politica, economica, sociale e culturale dello Stato qualora questi lo desiderino (Articolo 5).
  3. Il diritto collettivo ed individuale di essere protetti dal “genocidio culturale” attraverso l’assimilazione forzata, inclusa la prevenzione e la riparazione per qualunque azione che abbia l’intento o l’effetto di deprivarli della propria integrità come società distinte, o delle proprie caratteristiche culturali o etniche o dell’identità, o qualunque forma di assimilazione o integrazione forzata ad altre culture o stili di vita (Articolo 11).
  4. Il diritto di rivitalizzare, utilizzare, sviluppare e trasmettere alle generazioni future le loro storie, lingue, tradizioni orali, filosofie, sistemi di scrittura e letterature, e di stabilire e mantenere i loro nomi propri per comunità, luoghi e persone. Inoltre, gli Stati adotteranno misure efficaci per assicurare il rispetto di questo diritto (Articolo 13).
  5. I bambini indigeni hanno diritto a tutti i livelli e a tutte le forme di istruzione dello Stato. Ciò è associato al diritto delle popolazioni indigene di stabilire e controllare i propri sistemi e le proprie istituzioni educative nella propria lingua (invece di imparare unicamente a leggere e a scrivere nella propria lingua), secondo modelli appropriati ai loro metodi culturali di apprendimento e insegnamento. I bambini indigeni che vivono fuori dalle loro comunità originarie hanno il diritto di accedere all’istruzione nella loro lingua e cultura. Inoltre, gli Stati adotteranno misure efficaci per approntare le risorse necessarie a questi scopi (Articolo 14).
  6. Il diritto a che la dignità e la diversità delle culture, tradizioni, storie ed aspirazioni indigene si riflettano in tutte le forme di istruzione e informazione pubblica è riconosciuto dalla dichiarazione (Articolo 15).
  7. Le popolazioni indigene hanno il diritto di istituire i loro media nella propria lingua, così come di avere accesso a tutte le forme di media non indigeni senza discriminazioni (Articolo 16).
  8. Il diritto a mantenere, controllare, proteggere e sviluppare il proprio patrimonio culturale, il loro sapere tradizionale e le loro espressioni culturali tradizionali, così come le manifestazioni delle loro scienze, tecnologie e culture, ivi comprese le risorse umane e genetiche, i semi, le medicine, le conoscenze delle proprietà della flora e della fauna, le tradizioni orali, le letterature, i motivi e i modelli, gli sport e i giochi tradizionali e le arti visive e dello spettacolo. Hanno anche diritto a mantenere, controllare, proteggere e sviluppare la loro proprietà intellettuale su tale patrimonio culturale, sul sapere tradizionale e sulle espressioni culturali tradizionali. Gli Stati devono adottare misure efficaci atte a riconoscere e a proteggere l’esercizio di questi diritti (Articolo 31).
  9. Il diritto collettivo a definire la propria identità o appartenenza in conformità con i propri costumi e tradizioni, pur conservando il diritto delle persone indigene alla cittadinanza degli Stati in cui vivono, così come a definire le strutture delle loro istituzioni e a selezionarne la composizione in conformità con le proprie procedure (Articolo 33).
  10. Il diritto di promuovere, sviluppare e mantenere le loro strutture istituzionali e distintivi costumi giuridici, spiritualità, tradizioni, procedure e pratiche finché in accordo con le norme internazionalmente riconosciute sui diritti umani (Articolo 34).*

 

Sebbene non legalmente vincolante, la Dichiarazione delle Nazioni Unite introduce inequivocabilmente il principio secondo cui le popolazioni indigene hanno il diritto a un governo autonomo e a strutture e istituzioni legali, compreso un certo potere di tassazione e controllo sulle proprie risorse. Legato a questo diritto all’autonomia ci sarebbe un diritto intrinseco a utilizzare le proprie lingue indigene all’interno delle proprie strutture e istituzioni di autodeterminazione interna. Inoltre lo Stato potrebbe essere tenuto a assistere le popolazioni indigene nel rimediare alle ingiustizie e alle pratiche del passato responsabili del genocidio “culturale”. La fragilità di alcune lingue indigene, in particolare nel nord America, in America latina e in Australia, spesso può essere ricollegata alle politiche di stato assimilazioniste, a volte brutalmente imposte o quantomeno contrarie al volere delle popolazioni indigene, con le relative conseguenze in termini di progresso economico ed educativo. Nonostante la Dichiarazione sembri concentrarsi principalmente sulla prevenzione e la modifica delle pratiche di stato correnti che deprivano le popolazioni indigene della propria “integrità come società distinte, o delle proprie caratteristiche culturali o etniche”, si può certo sostenere che deve essere implementata qualche misura riparatoria dal momento che la parte delle cause originarie dell’attuale fragilità e dello sgretolamento delle culture e delle lingue indigene sono attribuibili alle pratiche sponsorizzate o consentite dallo stato scomparse solo piuttosto recentemente.

 

Nel campo dell’istruzione, la Dichiarazione delle Nazioni Unite propone che gli stati vadano oltre la Convenzione OIL del 1989. Mentre il quest’ultima l’ambito di applicazione del diritto all’insegnamento delle lingue indigene sembra limitato all’acquisizione della capacità di leggere e scrivere nella propria lingua indigena, o nel dialetto indigeno comunemente utilizzato, l’Articolo 14 della Dichiarazione arriva a comprendere tutti i livelli e le forme d’insegnamento delle lingue indigene nella scuola pubblica, sommandosi al diritto di istituire e controllare sistemi e strutture indigene private per l’insegnamento supportate dalle risorse statali. In altre parole la Dichiarazione delle Nazioni Unite suggerisce che nella scuola pubblica le popolazioni indigene, indipendentemente dal numero di parlanti delle loro lingue, debbano avere la possibilità di ricevere un’istruzione che utilizzi come strumento la loro lingua. Alla luce dello spirito generale e degli obbiettivi della Dichiarazione, si può supporre che la categorica formulazione dell’Articolo 15 preveda l’utilizzo di lingue indigene nelle scuole quando possibile, a meno che le popolazioni indigene stesse non decidano di variare il grado di utilizzo delle proprie lingue come strumento per l’insegnamento.

 

Da parte sua, l’Organizzazione degli Stati americani da qualche tempo sta considerando l’idea di una dichiarazione che contenga molte caratteristiche analoghe alla Dichiarazione delle Nazioni Unite. Ciò rappresenta un ulteriore riconoscimento del fatto che per quanto riguarda le popolazioni indigene, uno Stato deve essere sensibile alla loro linguistica nel riconoscimento delle gravi conseguenze che comportano preferenze linguistiche inappropriate ed esclusive da parte degli apparati statali. Nell’ambito dell’istruzione statale l’Articolo VIII della bozza della Dichiarazione Inter-americana sui Diritti dei Popoli Indigeni[55] assegna agli Stati l’obbligo di attivare sistemi educativi nelle lingue indigene, fornendo contemporaneamente la formazione e i mezzi necessari a padroneggiare la lingua ufficiale. Inoltre, secondo l’Articolo IX, le popolazioni indigene sarebbero autorizzate a istituire e condurre propri programmi e istituzioni nel settore dell’istruzione privata, e gli stati sarebbero tenuti a fornire il supporto finanziario e qualsiasi altro tipo di assistenza per l’implementazione di tale diritto. Per quanto riguarda l’utilizzo delle lingue indigene da parte dei funzionari di Stato in generale, l’Articolo VIII stabilisce che gli Stati sono tenuti a mantenere un certo uso delle lingue indigene ad un livello appropriato nella maggioranza degli ambiti. Nelle regioni in cui vengono utilizzate prevalentemente delle lingue indigene, queste dovrebbero persino avere uno status eguale a quello della/e lingua/e ufficiale/i:

 

Gli stati devono adottare misure efficaci per mettere le popolazioni indigene nelle condizioni di comprendere regole e procedure amministrative, giuridiche e politiche ed essere comprese in questi           ambiti. Nelle aree in cui le popolazioni indigene sono predominanti, gli Stati devono cercare di istituire le lingue in questione come lingue ufficiali e di dare loro lo stesso status assegnato a lingue ufficiali non indigene.

 

 

 

Nonostante la principale forza trainante dei primi strumenti internazionali fosse il desiderio di assimilare le popolazioni indigene nella corrente dominante della società il più in fretta possibile, oggi la tendenza è profondamente diversa: le popolazioni indigene, pur essendo ancora chiamate a partecipare alla vita del resto della società imparando la lingua di stato ufficiale o maggioritaria, devono poter utilizzare e godersi le proprie lingue, costumi e culture, e devono anche essere assistiti nel farlo. Queste norme nuove e innovative prevedono che uno stato sia tenuto a fornire assistenza finanziaria e istituzionale al fine di sviluppare e promuovere le lingue indigene, arrivando a utilizzarle anche per fini ufficiali nei settori appropriati. Tali norme sembrerebbero anche indicare che persino nel caso di una lingua utilizzata da un numero di persone relativamente limitato, uno stato è tenuto a garantire le risorse necessarie per il suo mantenimento, qualora la popolazione indigena cerchi di applicare il proprio diritto di promozione e salvaguardia della propria lingua, e che la prima vera e più piccola manifestazione di tale obbligo è da ricercarsi nell’insegnamento della lingua indigena nelle scuole.[56]

 

3.2 Diversità di voci…e di approcci

 

Le lingue e le culture indigene possono anche essere riconosciute e protette indirettamente attraverso diverse categorie di strumenti giuridici. Ciò accade perché le questioni linguistiche e culturali vengono affrontate di volta in volta con obiettivi e approcci diversi a livello internazionale e regionale a seconda che si consideri il punto di vista delle persone coinvolte (prendendo dunque la forma dei diritti dell’uomo), la necessità di promuovere la diversità linguistica e le lingue stesse come oggetto di protezione, oppure si debbano prendere dei provvedimenti per “salvare” una lingua a rischio. Nella pratica dunque esistono tre approcci e risposte piuttosto differenti alle questioni linguistiche e culturali osservabili nei documenti internazionali ed europei:

 

  1. Protezione delle lingue a rischio
  2. Strumenti per i diritti dell’uomo
  3. Protezione e promozione della diversità linguistica

 

La prima categoria di strumenti giuridici internazionali è emersa in risposta alla scomparsa rapida e addirittura accelerante delle lingue a livello globale. Su questa linea i due trattati più strettamente legati a tali questioni sono la Convenzione dell’UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale del 2003 e la Convenzione sulla diversità biologica del 1992. Nonostante nessuna delle due sia limitata o si riferisca specificatamente a lingue e culture indigene, nella pratica queste risultano particolarmente rilevanti rimanendo questi i patrimoni più vulnerabili e a rischio al mondo.

 

La Convenzione dell’UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale mira a sviluppare misure di salvaguardia che garantiscano la sopravvivenza di varie forme di cultura immateriale, inclusa la lingua o la musica. È comunque piuttosto debole dal momento che il suo scopo principale è quello di supportare progetti a breve termine e specifici aspetti del patrimonio di interesse internazionale, e unicamente quelli proposti di volta in volta dai governi. In altre parole, non crea nessun diritto per l’utilizzo delle lingue indigene o a rischio, e nemmeno nessun obbligo diretto per la loro protezione poiché l’occasionale presentazione di un qualche tipo di proposta per azioni specifiche che possano poi essere supportate– in genere finanziariamente – dallo specifico fondo dell’UNESCO viene lasciata a discrezione dei governi nazionali. Sebbene l’iniziativa rappresenti comunque un passo avanti, aiutando ad esempio a registrare diverse lingue a rischio, offre scarsa assistenza se si considerano le enormi difficoltà e pericoli che migliaia di lingue indigene in tutto il mondo dovranno fronteggiare nell’immediato.

 

Dal canto suo la Convenzione sulla diversità biologica fa riferimento unicamente alla diversità biologica e non direttamente alla diversità delle lingue indigene stesse. Un suo possibile impatto sulle lingue indigene in via di estinzione è improbabile nel primo caso e insignificante nel secondo, dal momento che questo non crea nessun diritto per l’utilizzo delle lingue indigene, e nessun reale obbligo per lo stato di proteggere e promuovere le lingue indigene in modo concreto.

 

La seconda categoria di trattati che offrono un qualche genere ti protezione per le lingue indigene nell’ambito del diritto internazionale è più generica e in un certo senso fa riferimento a tutte le lingue, essendo questi trattati atti a proteggere e promuovere la diversità linguistica in quanto tale, non solo le lingue a rischio. Nonostante questa tipologia di trattato non crei alcun diritto individuale per i parlanti di lingua indigena, crea degli obblighi per cui i governi che hanno ratificato i trattati sono tenuti ad agire a loro favore. I due principali trattati di questa categoria sono la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie del 1992[57] e la Convenzione UNESCO sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali del 2005.[58] Dei due la Carta europea è il trattato più evoluto, poiché crea degli obblighi giuridici molto dettagliati e specifici per qualsiasi lingua ricada sotto le sue disposizioni per quanto riguarda il suo utilizzo da parte del governo riflettendo la situazione di ogni lingua: in altre parole seguendo essenzialmente un principio di proporzionalità.

 

La Convenzione UNESCO è un trattato globale che copre anche la diversità linguistica in generale, pur essendo molto meno rigorosa del trattato europeo. Come il trattato sul patrimonio immateriale, crea degli obblighi perché gli stati proteggano e promuovano la diversità linguistica, incoraggino le traduzioni e consente all’UNESCO di essere coinvolto in molte attività per promuovere la diversità linguistica, come la Giornata internazionale della lingua materna, e altre attività, ma niente altro. Francamente la sua portata è minima al punto di essere irrilevante e priva di alcun risvolto per gran parte delle lingue in termini pratici, poiché ancora una volta in realtà non viene imposto alcun obbligo giuridico perché i governi agiscano concretamente per le lingue indigene presenti nei loro territori, e ancor meno vengono creati dei diritti sull’utilizzo o la salvaguardia delle lingue indigene.

 

La terza categoria include entrambi i trattati che indicano direttamente che i singoli o le comunità hanno dei diritti relativamente all’utilizzo delle lingue indigene, e trattati che riconoscono indirettamente certi diritti sulla lingua indigena come una conseguenza della protezione delle persone. In realtà questi sono in gran numero: sono meglio descritti come documenti sui diritti dell’uomo, che in certi casi proteggono i diritti di specifici gruppi come le popolazioni indigene o le minoranze. Fondamentalmente questi rappresentano per lo più l’applicazione delle norme sui diritti fondamentali dell’uomo come la libertà di espressione, il diritto alla vita privata o di non discriminazione e altri diritti dell’uomo che a volte possono avere un impatto sulla scelta o sull’uso della lingua per gruppi particolarmente vulnerabili come popolazioni indigene o minoranze. Questi strumenti legalmente vincolanti includono il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, il Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali, la Convenzione OIL n. 169 relativa alle popolazioni indigene e tribali, la Convenzione UNESCO contro la discriminazione nell’istruzione, la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, la Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali, la Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, la Convenzione americana dei diritti dell’uomo, ecc.

 

Tale categoria è dunque direttamente e indirettamente alla base di gran parte dei diritti sulla lingua esistenti per persone e popolazioni indigene nell’ambito del diritto internazionale. Direttamente perché i diritti relativi all’utilizzo di una lingua indigena da parte delle autorità amministrative o giudiziarie, all’insegnamento della lingua indigena o al suo utilizzo come strumento di insegnamento e il diritto di accesso ai servizi sanitari e sociali in una lingua indigena sono direttamente ancorati all’approccio. Il collegamento a volte però può essere indiretto – ad esempio nel caso del divieto di discriminazione in base alla lingua – e dunque ancora non ben rinsaldato o largamente conosciuto. Anche qui si può osservare una – seppur molto recente – tendenza nella giurisprudenza del diritto internazionale che segnala che, almeno in alcune circostanze, le lingue indigene possono essere correlate in qualche modo alle norme relative ai diritti dell’uomo, come dimostrano i seguenti casi:

 

–              Il diritto a utilizzare la lingua scelta nelle attività private: sociali, artistiche, economiche, ecc., in base al diritto alla libertà di espressione[59]

 

–              Il diritto della persona al nome o al cognome nella propria lingua indigena, in base al diritto alla vita privata[60]

 

–              Il diritto all’istruzione secondaria nelle scuole pubbliche nella propria lingua a seguito di un’educazione primaria sempre nella propria lingua, in base al diritto alla vita privata e al diritto all’istruzione[61]

 

–              Per concentrazioni più ampie di parlanti una lingua indigena, è anche possibile che questi abbiano il diritto a servizi governativi, come l’istruzione pubblica, la sanità pubblica, i servizi sociali e persino a dipartimenti governativi che utilizzino le lingue indigene dove ragionevole e giustificato, in base al divieto di discriminazione[62]

 

–              Il diritto del singolo appartenente a una minoranza (e a una popolazione indigena nel caso questa sia sempre in una posizione minoritaria all’interno dello stato) a utilizzare la propria lingua indigena con altri membri dello stesso gruppo, in base all’Articolo 27 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici[63]

 

Come indicato precedentemente, diversi trattati sui diritti dell’uomo come la Convenzione OIL n. 169 relativa alle popolazioni indigene e tribali e la Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali forniscono un certo numero di disposizioni che riguardano direttamente il diritto di utilizzo della lingua, anche quando indigena.

 

È doveroso sottolineare che nessuna di queste tre categorie e approcci sui diritti dell’uomo nell’ambito del diritto internazionale influisce sulla scelta o la designazione di una lingua ufficiale da parte dello stato, come la Corte europea dei diritti dell’uomo ha chiaramente affermato in più occasioni negli ultimi anni:

 

…sous réserve du respect des droits protégés par la Convention, chaque État contractant est libre d’imposer et de réglementer l’usage de sa ou ses langues officielles…[64]

 

All’interno di questa categoria, la differenza fondamentale tra i documenti internazionali e le norme relative ai diritti umani individuali in generale, e quelli riguardanti le popolazioni indigene in particolare sembra essere la seguente: mentre uno stato ha l’obbligo positivo di provvedere a certi servizi, come l’istruzione pubblica in una lingua minoritaria o non ufficiale, unicamente laddove vi sia un numero sufficientemente elevato di parlanti detta lingua, le popolazioni indigene non sembrerebbero essere soggette allo stesso requisito sul numero di parlanti. Inoltre, queste ultime avrebbero apparentemente diritto a un adeguato livello di autonomia politica che includerebbe i mezzi e le risorse per proteggere e utilizzare le proprie lingue e culture in strutture istituzionali appropriate. Come osservato dal relatore speciale José R. Martinez Cobo, in aggiunta al livello di riconoscimento giuridico per l’utilizzo di una lingua indigena adeguato al numero dei suoi parlanti, in coerente applicazione del divieto di discriminazione in base alla lingua, “in nessuna circostanza essa deve essere considerata meno di ciò che è: una lingua ausiliaria per l’istruzione pubblica e per altre funzioni specifiche eventualmente stabilite”[65]. Nell’ambito dell’istruzione pubblica, il relatore speciale ha precisato che far sì che ai bambini indigeni venga sempre essere insegnata la lingua del proprio popolo, indipendentemente dal numero, è il minimo necessario:

 

 

 

Lo stato deve impegnarsi per fornire alla scuola primaria gli strumenti sufficienti per l’insegnamento                della lingua madre dei bambini indigeni; in qualsiasi circostanza deve essere insegnato loro a leggere e scrivere nella propria lingua madre e tale conoscenza deve essere consolidata prima di insegnare     qualsiasi altro dialetto o lingua come seconda lingua o come lingua acquisita.[66]

 

 

 

La dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene incorpora chiaramente i suggerimenti del relatore speciale a tal proposito. Ciononostante, sebbene sia certamente stato un cambiamento positivo nell’atteggiamento e nelle diverse misure e forme di riconoscimento adottate, sfortunatamente i passi avanti o le pratiche non sono così forti e chiari come molti gradirebbero o spererebbero.

 

  1. lingue indigene ed esclusione

 

4.1 Accettazione, ma non ancora nella pratica?

 

Lingue e culture indigene, in misura sempre maggiore, possono avere, almeno simbolicamente una qualche forma di riconoscimento o di status, incluso quello di lingua ufficiale in un numero sempre maggiore di stati di tutto il mondo. Ciò costituisce un importante – ed essenziale – cambio di rotta rispetto agli atteggiamenti e alle pratiche del passato, ed è un passo necessario per rimediare ad alcune delle ingiustizie e dei maltrattamenti del passato, e un ancor più necessario riconoscimento della speciale posizione e dei contributi delle popolazioni indigene.

 

Nonostante i chiarissimi discorsi e i nobili sentimenti espressi in vari trattati, dichiarazioni, leggi e altri strumenti, in gran parte dei paesi le pratiche correnti delle autorità di Stato spesso non combaciano affatto con i principi e gli obiettivi dichiarati. Ciò è particolarmente evidente in molti paesi dove le lingue indigene sono riconosciute come ufficiali: sorprendentemente, forse, e contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, spesso non c’è né implementazione né diritto all’utilizzo l’utilizzo di una lingua indigena ufficiale con le autorità governative oltre a un limitato diritto alla traduzione – una forma di comunicazione spesso lunga e non molto efficace. Dal momento che, nella migliore delle ipotesi, il diritto di utilizzo di una lingua indigena ufficiale è molto limitato, vengono messi in campo pochi programmi – o anche nessuno – per la formazione o l’assunzione di funzionari pubblici o professionisti dell’assistenza sanitaria o dell’istruzione che parlino correntemente delle lingue indigene, e viene dunque sottovalutata l’acquisizione della padronanza di dette lingue, essendo tale status ufficiale appartenente a una tipologia estremamente limitata.

 

Alcuni casi possono mostrare i divari a volte enormi tra lo status ufficiale e l’effettiva possibilità di utilizzo di una lingua indigena. Il Māori Language Act del 1987 rappresenta una pietra miliare e un traguardo importante, rendendo finalmente ufficiale la lingua māori circa 25 anni fa.[67] Sebbene la normativa faccia sì che la Māori Language Commission promuova la lingua māori e ne incoraggi l’utilizzo come una lingua viva e un comune strumento di comunicazione, la legge in realtà non obbliga le autorità neozelandesi a utilizzarla, limitandosi, in senso giuridico, a riconoscere un diritto molto limitato a parlare māori e ad avere l’assistenza dell’interprete durante i procedimenti giudiziari. Un altro statuto tratta l’utilizzo del māori nell’istruzione. Non viene dunque garantito l’accesso a nessun’altro tipo di servizio pubblico o di comunicazione in lingua māori a dispetto del suo status ufficiale. Persino il diritto di parlare māori durante i procedimenti giudiziari è strettamente limitato, poiché questo non vincola le autorità a rispondere in lingua indigena persino quando l’interessato decide di parlare māori, ai sensi dell’Articolo 4 della legge:

 

(2) Il diritto conferito dalla sottosezione (1) della presente a parlare māori non autorizza: (a) nessuna delle persone di cui alla sottosezione a insistere perché gli si parli o perché possano ricevere risposta in lingua māori; o (b) nessuna di dette persone eccetto il presidente della riunione a richiedere che i procedimenti o qualsiasi loro parte sia riportata in lingua māori.

 

 

 

In pratica, le autorità possono continuare a operare unicamente in lingua inglese (anche se l’inglese non è la lingua ufficiale della Nuova Zelanda), e in generale ignorare qualsiasi richiesta di utilizzo del māori. Ciò non significa che il governo neozelandese non abbia preso dei provvedimenti per proteggere e promuovere la lingua māori, al contrario: ha messo in campo alcuni programmi molto interessanti e innovativi, ma, sebbene questi lo siano da un punto di vista giuridico, le autorità governative non hanno nessun obbligo giuridico di rispondere in tale lingua e, in particolare, non sono tenuti a fornire personale competente per assicurare l’utilizzo del māori, nonostante il suo status ufficiale.

 

Ciò si è verificato anche con la posizione del quechua nei paesi come il Perù: sebbene la normativa del 1975 avesse reso il quechua una delle lingue ufficiali del paese al pari del castigliano (spagnolo), in realtà questa limita l’utilizzo del quechua ai procedimenti giudiziari (quando una persona padroneggia unicamente il quechua) e all’istruzione pubblica.[68] Un trattamento simile è il lascito che ancora perdura in molte ex colonie africane, il cui caso più eclatante è il Sud Africa, dove non esiste ancora una normativa chiara che garantisca l’utilizzo delle lingue indigene africane fra le 11 ufficiali del paese, con una crescente tendenza delle autorità di Stato a ricorrere unicamente all’inglese per le loro attività e i loro servizi, e a ridurre e a escludere tutte le altre lingue ufficiali in gran parte delle attività pubbliche, nonostante ciò sia in contravvenzione della costituzione.[69] Persino nelle giurisdizioni dove le popolazioni indigene rappresentano la maggioranza, come nel territorio del Nunavut in Canada, generalmente la padronanza di una lingua indigena ufficiale non è ancora un requisito per gli incarichi governativi, e la normativa altrimenti generosa non crea ancora il diritto di utilizzare una lingua come l’inuktitut, nonostante la riflessione sul come renderla una lingua di lavoro per i dipartimenti governativi tra il 2000 e il 2001. Infatti, nonostante i membri della popolazione abbiano il diritto di comunicare con gli uffici governativi in francese e inglese, lo stesso diritto non esiste per le lingue indigene ufficiali (chipewyan, cree, dogrib, gwich’in, inuktitut e slavey) a meno che non venga fatta una rilevante richiesta di comunicazioni o di servizi forniti da uno specifico ufficio o servizio governativo, o “considerata la natura dell’ufficio, è ragionevole che le comunicazioni e i servizi dell’ufficio siano disponibili nella lingua richiesta”.[70] Uno dei pochi casi di una lingua indigena che riottiene una certa vitalità e forza sembrerebbe collocarsi nello speciale contesto della Groenlandia.[71]

 

Ciò, in termini concreti, significa che l’effettivo utilizzo delle lingue delle popolazioni indigene da parte delle autorità continua a essere escluso nella pratica, persino laddove le lingue hanno ottenuto uno status ufficiale, poiché gli effetti di detto status sono scarsi o inesistenti in termini di accesso ai servizi, all’istruzione e all’impiego per gran parte delle popolazioni indigene, come dimostra l’esclusione causata da preferenze linguistiche dello Stato inappropriate e a tratti discriminatorie.

 

Quando si nega, si impedisce o si trascura l’utilizzo delle lingue indigene – persino di quelle che hanno ottenuto uno status ufficiale – ci sono delle conseguenze, alcune delle quali, senza mezzi termini, sono solo estremamente nocive per la loro salute e persino per la loro sopravvivenza: nonostante “ci sia stata una vera resurrezione della te reo [“lingua” in māori ndt] tra gli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90 (…) stimolata dalla realizzazione di quanti pochi parlanti ancora rimanessero, e della relativa abbondanza di anziani con un’elevata padronanza della lingua sia nelle aree urbane che nelle comunità rurali”, il māori, ad esempio, ha recentemente ripreso il suo declino.[72]

 

In più, ci sono state, pur essendo questo un ambito che richiederebbe fortemente ulteriore ricerca, conseguenze molto significative e dirette, persino strazianti, nell’esclusione delle popolazioni indigene, rendendo quelle rimaste tra quelle maggiormente escluse in gran parte dei paesi del mondo. Le ingiustizie vissute dagli indigeni sono visibili non solo nella povertà largamente diffusa di molti, ma anche nell’ambito della sanità, dell’istruzione e dell’impiego.[73]

 

4.2 Assenza delle lingue indigene nell’istruzione

 

Une langue que l’on enseigne pas, est une langue qu’on tue.

 

  1. Jullian

 

 

 

Il fatto di non insegnare una lingua indigena a scuola spesso fa sì che questa scompaia in un prossimo futuro, ma gli effetti possono essere molto più immediati per i diretti interessati, i bambini. La realtà di gran parte dei bambini indigeni dalle varie parti del mondo è niente meno che scioccante: studi su studi confermano che i bambini indigeni quasi ovunque hanno tra i tassi di abbandono più alti e tra i risultati accademici più bassi.[74] A rischio di un’eccessiva semplificazione, è chiaro che per gran parte degli studenti appartenenti a popolazioni indigene o a minoranze – ovviamente ci sono sempre delle eccezioni – che ricevono un’istruzione in una lingua per loro in parte o completamente incomprensibile, specialmente nei primi anni di istruzione, raggiungeranno risultati scadenti:

 

 

 

Sud Africa: risultati linguistici nel sesto anno per provincia: dove la lingua di uso familiare è la stessa imparata e insegnata nelle scuole (LOLT in inglese) e dove la lingua di uso familiare è diversa dalla LOLT.

 

Source: ID21 Insights, Institute of Development Studies, University of Sussex, http://www.id21.org/insights/insights-ed05/z-art07fig01.html

 

 

 

Il grafico sopra riportato mostra contemporaneamente che insegnare ai bambini nella loro stessa lingua porta a risultati accademici migliori di quelli dei bambini che ricevono un insegnamento in una lingua diversa dalla propria. Questo certo generalmente dovrebbe fare in modo che materiali, programmi educativi e docenti acquisiscano un livello uguale o simile a quello d’insegnamento nella lingua nazionale o ufficiale, ma essendo le cose uguali per studenti indigeni in Africa, in Asia, nelle Americhe, in Europa o in Oceania, è chiaro che i loro risultati scolastici saranno peggiori o che abbandoneranno direttamente la scuola se non ci si impegnerà a comunicare con loro in maniera efficace tramite una lingua che possano comprendere più facilmente:

 

Tassi di abbandono di studenti liceali indigeni e non indigeni nella British Columbia, Canada[75]

 

In molti paesi le scuole con un’alta concentrazione di studenti indigeni mancano di materiali educativi fondamentali o consoni nel rispetto delle diverse culture delle popolazioni indigene, o persino di insegnanti qualificati in grado di comunicare nella lingua degli studenti. Il risultato finale è che in media, in ogni parte del mondo, si riscontra un evidente divario formativo tra studenti indigeni e non:

 

 

 

Media degli anni scolastici, studenti di 15 anni e più, ultimo anno disponibile

 

Fonte: State of the World’s Indigenous Peoples, capitolo IV.[76]

 

Nel campo dell’istruzione per molti la realtà è quella dello svantaggio o dell’esclusione, in parte attribuibile alla “separazione linguistica” tra la lingua delle popolazioni indigene e quella utilizzata nelle scuole, specialmente nelle prime fasi dell’istruzione.

 

Ancora le parti non riescono sempre a trovare un accordo, anche tra le popolazioni indigene stesse, sul valore dell’istruzione nella propria lingua laddove viene data poca o nessuna importanza alla padronanza delle lingue indigene fuori dalle mura domestiche o della comunità locale:

 

Secondo quanto riscontrato in uno studio condotto sui genitori che parlano triqui, questi pensano che gli insegnanti non dovrebbero parlare una lingua nativa a lezione perché i bambini parlano già la loro lingua nativa in casa. Questi genitori credono anche che la lingua nativa debba essere utilizzata per le relazioni interne alla comunità. Nelle scuole lo spagnolo è più importante perché è la lingua del progresso: “I bambini devono imparare bene lo spagnolo così da essere preparati per entrare nel mondo esterno” (Juarez e Montesinos 1988: 66).[77]

 

 

 

La percezione che le lingue indigene siano un lascito del passato, e che la lingua nazionale sia l’unica lingua del progresso (e dell’occupazione) è comune. È legata agli ostacoli sistemici che le popolazioni indigeni continuano a incontrare fuori dalle mura domestiche, dalle loro comunità e persino dalle scuole che offrono un’istruzione nella loro lingua: fin troppo spesso le autorità non fanno alcun uso delle lingue indigene, cosicché queste sembrano avere uno scarso valore o scopo reale. A seguito di tali politiche e pratiche governative, l’unica lingua con una qualche utilità rimane la lingua nazionale, dal momento che l’accesso all’università, a opportunità lavorative nell’amministrazione pubblica o nei settori privati, e persino l’accesso alla sanità pubblica o ai servizi sociali sono legati alla padronanza della lingua nazionale. Analogamente alcuni governi continuano a pensare che il modo migliore di risolvere il problema dell’esclusione e degli scarsi risultati scolastici delle popolazioni indigene sia cercare di “integrarle” nella corrente dominante della società il più in fretta possibile insegnando quasi esclusivamente nella lingua nazionale così da raggiungerne la padronanza più velocemente. Questa è la logica recentemente utilizzata per spiegare la quasi totale eliminazione dell’insegnamento bilingue per gli studenti aborigeni nei Territorio del Nord, Australia, nonostante gli studi internazionali provino che i risultati più probabili di un simile approccio sono maggiori tassi di abbandono scolastico e scarsi risultati scolastici e nessuna o una scarsa padronanza della lingua per gran parte degli studenti indigeni.

 

Sfortunatamente è quanto mai assolutamente vero che, a meno che anche le lingue indigene non possano essere associate a opportunità e progresso, queste hanno una attrattiva limitata per molti genitori indigeni anche quando utilizzate come strumento per l’insegnamento. Ma il potenziale delle lingue indigene di essere lingue del progresso e delle opportunità esiste e sarà l’argomento trattato nella sezione riguardante l’inclusione e la lingua.

 

4.3 Le lingue indigene e l’esclusione dalla sfera economica e lavorativa

 

Ho presto imparato che fuori dalla scuola era meglio che mostrassi le mie radici sámi il meno possibile. Ciò nonostante ero chiamata “diavolo sámi” ogni giorno. Provavo a fingere di non sentire, ma ogni volta una spina mi si piantava nel cuore, e alla fine mi portavo dentro un’intera foresta di rovi. Provavo a reprimere i miei sentimenti e a fasciare le spine con ogni tipo di scusa, così che non facessero più male. In città noi sámi imparavamo velocemente che il modo migliore, e certamente il più facile, per sopravvivere era adattarsi, e diventare svedesi il più velocemente possibile. Sfortunatamente questo ha portato molti di noi al rifiuto di sé stessi. Una volta ho visto alcuni giovani sámi evitare di proposito i propri genitori per non mostrare le proprie origini. Mi ha incredibilmente ferito, e mi ha riempito di sentimenti di vergogna. In completa onestà, uno di quei ragazzi avrei potuto essere io, io che mi sentivo costretto ad agire nello stesso modo![78]

 

 

 

Lavoro e altre opportunità in gran parte dei paesi richiedono la padronanza della lingua nazionale. Dove l’uso delle lingue indigene è escluso o non garantito, sono generalmente pochi i lavori a cui i parlanti di lingue indigene hanno accesso. Persino dove gli appartenenti alle popolazioni indigene sono in grado di utilizzare la lingua nazionale, questi possono non essere considerati qualificati o competenti come i “madrelingua” nella lingua nazionale, e si ritrovano quindi ancora svantaggiati in termini di tassi di occupazione. Secondo il Tibet Poverty Alleviation Fund, per esempio, il 70% dei lavori nel settore privato e metà dei lavori nel settore pubblico vanno a cinesi di etnia Han nella Regione autonoma del Tibet, con circa il 40% dei tibetani disoccupati, nonostante i tibetani rappresentino il 90% della popolazione (ufficialmente). Ciò è innanzitutto dovuto a una tendenza crescente a scegliere di utilizzare esclusivamente il cinese in ambito occupazionale nel pubblico e nel privato, e alla tendenza delle autorità cinesi a non provvedere perché l’utilizzo della lingua tibetana nelle istituzioni tibetane sia obbligatorio, con le opportunità d’impiego che ciò comporterebbe:

 

 

 

I tibetani non hanno possibilità di competere con i cinesi Han, che parleranno e scriveranno la lingua sempre meglio di loro, e perderanno l’identità acquisita attraverso la lingua tibetana.[79]

 

 

 

Nonostante la lingua inuktitut sia tutelata da due leggi, una sulle lingue ufficiali e una per la rivitalizzazione e la promozione della lingua inuktitut, l’inglese rimane la lingua maggiormente utilizzata da governi federali e territoriali, scuole pubbliche e reparti di pronto soccorso. Per poter accedere a gran parte delle opportunità d’impiego in ambito pubblico continua a essere necessaria la padronanza dell’inglese con relativamente poche opportunità nella lingua indigena. L’inuktitut viene sempre più messo da parte dai genitori e dai loro figli in mancanza di un qualsiasi beneficio nel conservare e utilizzare la lingua fuori dalle mura domestiche, con un calo del 12% nell’utilizzo della lingua in casa negli ultimi 10 anni.

 

Analoghi schemi di esclusione sono riscontrabili quasi ovunque, persino laddove le lingue indigene sono ufficiali e le popolazioni indigene rappresentano un’ampia percentuale della popolazione nazionale. Nonostante il māori sia una lingua ufficiale, nessun generale obbligo giuridico prevede che i dipartimenti governativi forniscano servizi e rispondano direttamente il lingua māori, con il risultato che essenzialmente l’inglese è l’unica lingua di lavoro nell’amministrazione pubblica e che le opportunità d’impiego legate alla conoscenza del māori sono davvero scarse.

 

Tassi di disoccupazione dei māori in Nuova Zelanda, 2006-2009

 

Fonte:  scheda informativa del mercato del lavoro māori, dicembre 2011

 

Nonostante siano stati condotti pochi studi specificamente sull’esclusione delle popolazioni indigene nei settori dell’occupazione causata da preferenze linguistiche, si evince chiaramente che questa si verifica frequentemente:

 

[C]hi non ha una formazione da anglofono fatica a trovare un lavoro retribuito all’interno dell’Australia ed è spesso disoccupato, persino quando ha una relativa conoscenza della lingua […].[80]

 

 

 

Altri sono giunti alla conclusione che “la barriera della lingua ufficiale” potrebbe essere “la ragione principale: ‘l’ostacolo originario’ che intralcia ogni aspetto dell’inclusione sociale.”[81]

 

4.4 Lingua ed esclusione nei servizi sanitari e sociali

 

Le popolazioni indigene rimangono ai margini della società: sono più povere, meno istruite, muoiono in più giovane età, hanno più elevata tendenza al suicidio e il loro stato di salute è peggiore rispetto al resto della popolazione.[82]

 

 

 

Si evince chiaramente che l’inaccessibilità linguistica svantaggia migranti, minoranze e popolazioni indigene e influisce negativamente sull’accesso all’assistenza sanitaria e sulla sua qualità. Nel caso delle popolazioni indigene in particolare, l’inaccessibilità all’assistenza sanitaria e all’informazione in una lingua che possano comprendere pienamente ha delle conseguenze disastrose, come nel recente caso verificatosi in Australia dove un neonato aborigeno è morto perché la madre non aveva capito le istruzioni che il medico gli aveva dato in lingua inglese, o dove un bambino quechua di Cusco, a cui era stata diagnosticata una leucemia, non ha potuto avere l’assistenza di un interprete o di un traduttore, così che in un ospedale pubblico di Lima nessuno era in grado di comunicare con lui nella sua lingua, pur essendo il quechua una delle lingue ufficiali del Perù. Degli studi confermano che le questioni linguistiche rappresentano una barriera significativa per le minoranze (e per le popolazioni indigene) per quanto riguarda la possibilità di accedere ai servizi sanitari – dove disponibili[83] – e che di conseguenza coloro i quali non padroneggiano la lingua nazionale tendenzialmente non ricevono un’assistenza sanitaria tempestiva e si ammalano più gravemente.[84]

 

Anche un rapporto dell’Istituto di Medicina sulle disparità etniche e razziali nell’assistenza sanitaria conferma che le minoranze, se confrontate con la controparte di americani bianchi, ricevono un’assistenza sanitaria di minore qualità in un’ampia gamma di condizioni mediche, portando a più scarsi risultati sanitari e a stati di salute peggiori. La ricerca condotta dall’OIM ha mostrato che le barriere linguistiche possono comportare una comunicazione scadente, più breve o erronea, e scarsa spinta decisionale sia da parte dei fornitori del servizio che dei pazienti.

 

La fornitura di servizi d’accesso alla lingua adeguati può migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria. Ad esempio, i bambini latinoamericani hanno vissuto conseguenze sanitarie negative, come diagnosi mediche sbagliate e prescrizioni inappropriate, a seguito dell’incapacità del personale medico di parlare spagnolo. Al contrario, tra i diabetici, i pazienti in grado di parlare un inglese limitato a cui sono stati affiancati interpreti medici esperti hanno più probabilità dei pazienti in grado di parlare un inglese limitato di ricevere un’assistenza medica che soddisfi le linee guida dell’ American Diabetes Association.[85]

 

 

 

Ovviamente persino il decesso potrebbe essere una conseguenza dell’impossibilità di accedere adeguatamente ed efficacemente ai servizi sanitari nella propria lingua. In altre parole chi non ha accesso all’assistenza sanitaria in una lingua adeguata e accessibile è seriamente svantaggiato rispetto a chi invece lo ha.

 

L’utilizzo delle lingue indigene può quindi essere non solo una questione di vita o di morte, ma anche una questione a cui si può porre rimedio attraverso l’interpretazione o con l’assistenza di personale sanitario e medico bilingue esperto nei paesi in cui la lingua indigena è parlata da una significativa percentuale di popolazione.

 

  1. Lingue indigene e inclusione: i passi avanti

 

Ciascuna lingua comprende un’immensa conoscenza culturale, storica, scientifica ed ecologica. Tale conoscenza è vitale non solo per le stesse comunità linguistiche, ma anche per l’intera conoscenza umana.[86]

 

5.1 Istruzione e studenti indigeni

 

 

 

[L]a ricerca mostra chiaramente che sono stati implementati dei programmi di insegnamento bilingue efficaci in paesi sparsi per il mondo sia per una minoranza linguistica che per una maggioranza, ed esattamente gli stessi schemi si riscontrano in programmi ormai già ben implementati: gli studenti non rimangono indietro nello sviluppo delle proprie competenze accademiche nella lingua maggioritaria pur investendo una considerevole quantità di ore per l’insegnamento attraverso la lingua minoritaria. Questo schema viene dimostrato nella stragrande maggioranza dei 300 studi condotti da Rossell e Baker (1996) così come da un più ampio esame sulla letteratura intrapreso da August e Hakuta (1997) e Cummins e Corson (1997). Questi dati sono coerenti con le previsioni desunte dalle ipotesi di interrelazione che suggeriscono che tale costrutto teorico possa essere utilizzato come strumento predittivo dai responsabili delle politiche.[87]

 

 

 

 

 

Gli studenti appartenenti a popolazioni indigene (e a minoranze) tendono a frequentare la scuola più a lungo, ad ottenere migliori risultati e in generale ad acquisire una migliore assimilazione della lingua nazionale e della propria se questi ricevono un’istruzione nella loro stessa lingua almeno per i primi sei anni.[88] Il modo migliore di assicurare l’inclusione dei bambini indigeni nel sistema scolastico è l’insegnamento della propria lingua madre, unitamente all’insegnamento di quella dominante come seconda lingua. Ciò che deve essere evitato a tutti i costi è:

 

…la scelta di uno strumento linguistico d’insegnamento inappropriato [essendo questa] la causa pedagogica principale per l’ “analfabetismo” nel mondo. I genitori appartenenti a popolazioni indigene o a minoranze si sentono continuamente ripetere che i loro figli impareranno al meglio la lingua dominante (e otterranno quindi risultati scolastici migliori) se verranno esposti ad essa quanto prima e quanto più possibile, anche a costo di sacrificare la propria lingua.[89]

 

 

 

L’utilizzo delle lingue indigene nell’istruzione deve essere quantomeno paritaria a quella offerta nelle lingue dominanti o nazionali in termini di qualità di materiali, risorse e personale. Programmi e servizi per le popolazioni indigene al di sotto degli standard servirebbero soltanto a perpetuare il raggiungimento di scarsi risultati scolastici e l’esclusione e lo svantaggio che rappresentano la realtà per troppi bambini indigeni in tutto il mondo.

 

Nonostante l’utilizzo delle lingue indigene nell’istruzione sia un passo importante e necessario, questo generalmente non è sufficiente se il valore o le opportunità legate alle lingue indigene al di fuori dell’istruzione sono scarse o inesistenti.

 

Deve essere adottata una prospettiva più olistica e socialmente pragmatica che riconosca il posto delle lingue indigene all’interno della società nel loro insieme, e non limitarsi a relegarle all’ambiente domestico e scolastico. A meno che anche le autorità di Stato non prendano dei provvedimenti per un utilizzo appropriato delle lingue indigene in quanto parte della società, includendo il loro uso ragionevole e appropriato come lingue dei servizi e del lavoro in proporzione alla loro importanza e concentrazione, le lingue indigene potrebbero essere considerate di poco valore e dunque ancora messe da parte o disprezzate nel lungo termine.

 

5.2 Lingue indigene e inclusione economica e occupazionale

 

Dove gli studenti indigeni frequentano la scuola più a lungo, raggiungono dei buoni risultati scolastici, e migliorano la propria padronanza della lingua nazionale in parte grazie all’utilizzo della propria lingua come strumento d’insegnamento per almeno i primi sei anni di scuola, è evidente che anche le loro opportunità lavorative ed economiche aumenteranno significativamente. Quando ciò si combina con un obbligo effettivo dei dipartimenti governativi a utilizzare una lingua minoritaria (o indigena) come lingua dei servizi o del lavoro, e ad assumere un numero significativo di dipendenti con una buona padronanza di questa lingua piuttosto che limitarsi a ricorrere occasionalmente a servizi traduttivi, le prospettive economiche associate al bilinguismo diventano davvero significative. Parlando schiettamente, i dipendenti pubblici in grado di lavorare in doppia lingua (nella lingua nazionale e in una lingua indigena ad esempio) sono quasi sempre indigeni nella maggior parte dei paesi. Di conseguenza gli indigeni hanno più probabilità di essere assunti per queste mansioni e di lavorare per la pubblica amministrazione in quei paesi in cui i dipartimenti governativi devono essere funzionalmente in grado di soddisfare i bisogni linguistici delle popolazioni indigene e non. Degli studi condotti in Canada[90] e in Italia[91] mostrano il profondo calo nelle disparità nell’istruzione, nel lavoro e nelle entrate tra una minoranza linguistica e i membri della maggioranza quando l’istruzione è impartita nella loro lingua, e le opportunità lavorative nella pubblica amministrazione e in altri ambiti si aprono quando la capacità di lavorare nella lingua minoritaria diventa un requisito necessario per l’assunzione in numeri importanti.

 

Ciò non prevede in alcun modo che tutte le lingue indigene vengano trattate allo stesso modo. Al contrario invece: le autorità sono tenute a utilizzare una lingua indigena in accordo col principio di proporzionalità: laddove vi sia un numero sostanzioso di parlanti di una lingua indigena e laddove sia ragionevole e giustificato, i funzionari governativi devono utilizzare detta lingua in una modalità che rifletta la loro situazione e che sia appropriata.

 

Sfortunatamente le autorità governative in paesi come il Canada e la Nuova Zelanda, a cui generalmente si può riconoscere un grande impegno nel proteggere e promuovere le lingue indigene, almeno in certi ambiti, rinunciano ad adottare un tale approccio e ad ammettere l’obbligo di utilizzare le lingue indigene come lingue dei servizi e del lavoro nella pubblica amministrazione, anche dove in Nuova Zelanda ciò è chiaramente possibile, con impegno e buona volontà, data l’ampia percentuale di popolazione composta da māori e nunavut nel caso dell’inuktitut.

 

5.3 Sanità e lingue indigene

 

Sanità e accesso ai servizi sociali migliorano nel momento in cui gli indigeni possono comunicare efficacemente con i fornitori del servizio, e ciò significa comunicare nella propria lingua. La lingua rappresenta una barriera solo dove le autorità provano a comunicare in lingua indigena con scarso impegno o non impegnandosi affatto. Nonostante in alcuni paesi la mancanza di risorse per la sanità e il servizio sociale possa rappresentare un problema serio per tutti, le popolazioni indigene sono quasi sempre le più vulnerabili e le più escluse dalla società.

 

Mentre la moltitudine di lingue indigene può costituire una sfida unica, ci sono comunque diversi modi di provvedere a un significativo accesso linguistico attraverso l’adozione di approcci flessibili e adeguati a simili contesti e sfide. Ciò può includere, nel caso di gruppi più ampi, assumere personale che rifletta la cultura e la lingua della comunità indigena e migliorare la consapevolezza e la competenza culturale attraverso la formazione di detto personale; ma anche nel caso di gruppi più ristretti, ciò include offrire un’assistenza linguistica valida, la traduzione di documenti scritti e di informazioni in materia di salute pubblica che potrebbero essere giudicate particolarmente vitali per le popolazioni indigene coinvolte (tubercolosi, ecc.), traduzioni telefoniche e servizi d’interpretazione, ecc.

 

Come per l’utilizzo delle lingue indigene nella pubblica amministrazione e a fini occupazionali, le autorità sono tenute a utilizzare una lingua indigena in base al principio di proporzionalità, e quindi nella misura e nella modalità che riflettano il peso e la posizione relativa della lingua, specialmente nel caso di una concentrazione territoriale.

 

  1. Conclusione

 

La poesia di Miguel León Portilla, Cuando muere une lengua, che piange la morte di una lingua, è bella, e la sua bellezza sta nello spirito che egli cerca di simboleggiare, persino oltre le parole utilizzate, sia che queste siano in castigliano che in nahuatl, per cui una lingua e una lingua indigena possono coesistere, e l’utilizzo di una non esclude necessariamente quello dell’altra:

 

 

 

Cuando muere una lengua, Ihcuac tlahtolli ye miqui

 

las cosas divinas, mochi in teoyotl,

 

estrellas, sol y luna, cicitlaltin, tonatiuh ihuan metztli,

 

las cosas humanas, mochi in tlacayotl,

 

pensar y sentir, neyolnonotzaliztli ihuan huelicamatiliztli,

 

no se reflejan, ya ayocmo neci

 

en ese espejo. inon tezcapan.

 

 

 

Cuando muere una lengua Ihcuac tlahtolli ye miqui,

 

todo lo que hay en el mundo, mochi tlamantli in cemanahuac,

 

mares y ríos, teoatl, atoyatl,

 

animales y plantas, yolcame, cuauhtin ihuan xihuitl

 

ni se piensan, ni pronuncian ayocmo nemililoh, ayocmo tenehualoh,

 

con atisbos y sonidos tlachializtica ihuan caquiliztica

 

que no existen ya. ayocmo nemih.

 

 

 

Cuando muere una lengua Ihcuac tlahtolli ye miqui,

 

para siempre se cierran cemihcac motzacuah

 

a todos los pueblos del mundo nohuian altepepan

 

una ventana, una puerta, in tlanexillotl, in quixohuayan,

 

un asomarse in ye tlamahuizolo

 

de modo distinto occetica

 

a cuanto es ser y vida en la tierra. in mochi mani ihuan yoli in tlalticpac.

 

 

 

Cuando muere una lengua, Ihcuac tlahtolli ye miqui,

 

sus palabras de amor, itlazohticatlahtol,

 

entonación de dolor y querencia, imehualizeltemiliztli ihuan tetlazoltlaliztli,

 

tal vez viejos cantos, ahzo huehueh cuicatl,

 

relatos, discursos, plegarias, ahnozo tlahtolli, tlatlauhtiliztli,

 

nadie, cual fueron, amaca, in yuh ocatcah,

 

alcanzará a repetir. hueliz occepa quintequixtiz.

 

 

 

Cuando muere una lengua, Ihcuac tlahtolli ye miqui,

 

ya muchas han muerto occequintin ye omiqueh

 

y muchas pueden morir. ihuan miec huel miquizqueh.

 

Espejos para siempre quebrados, Tezcatl mianiz puztequi,

 

sombra de voces netzatzililiztli icehuallo

 

para siempre acalladas: cemihcac necahualoh:

 

la humanidad se empobrece. totlacayo motolinia.

 

 

 

Le lingue indigene sono più di un mezzo di comunicazione: queste sono centrali per il senso di identità e per la cultura dei parlanti. La perdita di una qualsiasi lingua indigena comporta anche la perdita di una cultura, di un intero modo di percepire e rappresentare il mondo. La diversità linguistica, forse nel caso delle lingue indigene in particolare, deve essere protetta in quanto parte del patrimonio culturale dell’intera umanità.

 

Sebbene la scomparsa delle lingue indigene non sia stata completamente impedita, sono varie le misure che possono essere prese per assicurarsi che le politiche e le preferenze linguistiche di Stato promuovano l’inclusione delle popolazioni indigene – e delle loro lingue – piuttosto che la loro esclusione. Ciò suggerisce che almeno in certi casi, è possibile rivitalizzare le lingue indigene laddove queste diventano lingue di prestigio e di opportunità. Nonostante molti paesi e la comunità internazionale abbiano migliorato grandemente i loro approcci sulla visione delle lingue indigene come simbolo e nel campo dell’insegnamento, c’è ancora molto da fare per quanto riguarda l’implementazione e l’utilizzo effettivo delle lingue indigene che portino risultati significativi tangibili in un prossimo futuro.

 

 

 

 

 

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* Decano, Facoltà di Diritto, Université de Moncton; Professore ospite, Università di Pretoria. Esperta indipendente, Varsavia, Polonia. Il materiale per la presentazione proviene in parte da segmenti già presenti in pubblicazioni precedenti, come in Language, Minorities and Human Rights, pubblicato da Martinus Nijhoff nel 1996. Questo articolo è stato tradotto dalla Dott.ssa Camilla Mameli, laureata in scienze della mediazione linguistica per la traduzione all’Università ISIT, Trento

 

[1] Northwest Territories Aboriginal Languages Plan: A Shared Responsibility, ottobre 2010, p. 18. Disponibile su http://www.ece.gov.nt.ca/Divisions/ECE_News/Aboriginal%20Lang%20Plan-%20Final%20Doc%20-%20%2022%20OCTOBER%202010.pdf

 

[2] Mazisi Kunene, poesia tratta da The Ancestors and the Sacred Mountain, 1982, in Skutnabb-Kangas, T. e Cummins, J. (a cura di). Minority Education: From Shame to Struggle, Multilingual Matters, Clevedon, U.K., 1988, p. 176.

 

[3] Natural History, seconda traduzione inglese di John Bostock e H. T. Riley, 1855, volume 3, capitolo 6. Disponibile su http://www.perseus.tufts.edu/hopper/text?doc=Plin.+Nat.+toc&redirect=true [Traduzione mia propria a seguito del mancato riperimento di una traduzione ufficiale con i mezzi a disposizione, N.d.T.]

 

 

 

[4] Citato in Dua Hans R., Comments on Brian Weinstein’s Paper: Language Planning and Interests, in Lorne Laforge (a cura di), Proceedings of the International Colloquium on Language Planning, Les Presses de l’Université Laval, Québec, 1987, pp. 60-67, p. 63.

 

[5] Poulin Richard, La politique des nationalités de la République populaire de Chine: de Mao Zedong à Hua Guofeng, Éditeur officiel du Québec, Québec, 1984, p. 114.

 

[6] Come dimostra il discorso di Enrico IV di Francia ai Savoia intorno al 1600: “Il étoit raissonable que puisque vous parlez naturellement françois, vous fussiez sujets à un roy de France. Je veux bien que la langue espagnole demeure à l’Espagnol, l’allemand à l’Allemand, mais toute la françoise doit estre à moy. »

 

[7] French Revolutionary Barrère, pp. 110-111.

 

[8] Leyes de Los Indios, 1550, Volume 6, Titolo 1, N. 18.

 

[9] La prima grammatica per la lingua francese apparve in Francia, Le tretté de la grammere francoeze ad opera di Louis Meigret, pubblicata nel 1550.

 

[10] Testo della Real Cédula di Carlo III, 10 maggio 1770: : “Por quanto el Muy reverendo Arzobispo de México me ha representado, en Carta de veinte y cinco de Junio del año próximo pasado, que desde que en los vastos Dominios de la América se propago la Fe Catholica, todo mi desvelo, y el de los señores reyes, mis gloriosos predecesores, y de mi Consejo de las Indias, ha sido publicar Leyes, y dirigir Reales Cedulas a los Virreyes, y Prelados diocesanos, a fin de que se instruya a los indios en los Dogmas de nuestra Religión en Castellano, y se les enseñe a leer, y escribir en este Idioma, que se debe estender, y hacer único, y universal en los mismos Dominios, por ser el propio de los Monarcas, y conquistadores […] que cada uno en la parte que respectivamente le tocare, guarden, cumplan y executen, y hagan guardar, cumplir, y executar puntual, y efectivamente la enunciada mi real resolución, disponiendo, que desde luego se pongan en practica, y observen los medios, que van expresados, y ha propuesto el mencionado muy reverendo Arzobispo de México, para que de una vez se llegue a conseguir el que se extingan los diferentes idiomas, de que se usa en los mismos dominios, y solo se hable el Castellano como esta mandado por repetidas Leyes Reales Cedulas, y ordenes expedidas en el asunto, estando advertidos de que en los parages en que se hallen inconvenientes en su practica deberán representármelo con justificación, a fin de que en su inteligencia, resuelva lo que fuere de mi Real agrado, por ser assi mi voluntad.”

 

[11] Ibid., pp. 17-19.

 

[12] Si veda p. 67. Probabile riferimento ad altre pagine del documento completo in cui l’articolo era contenuto. Non so se sia davvero necessario chiedere all’autore se posso eliminarli, dopotutto anche questa è una scelta traduttiva.

 

[13] Si veda p. 19

 

[14] Clyne Michael, “Australia’s Language Policies: Are We Going Backwards?”, in Current Affairs Bulletin, 1991, Vol. 68(6), pp. 13-20.

 

[15] Si veda Expert calls for more indigenous language education, Australian Teacher Magazine, at http://ozteacher.com.au/html/index.php?option=com_content&view=article&id=1042%3Ant-expert-calls-for-more-indigenous-language-education&catid=1%3Anews&Itemid=69.

 

[16] Si veda pp. 164-165.

 

[17] Citato in de Varennes Fernand, “L’article 35 de la Loi constitutionnelle de 1982 et la protection des droits linguistiques des peuples autochtones”, in National Journal of Constitutional Law, Vol. 4, N° 3, 1994, pp.265-303, p. 274.

 

[18] Baron Dennis E., The English-Only Question: An Official Language for Americans?, Yale University Press, New Haven, USA, 1990, p. 165; si veda anche, Language of Inequality, N. Wolfson and J. Manes (a cura di), Mouton Publishers, Berlin, 1985, p. 174; e Piatt Bill, ¿Only English? Law and Language Policy in the United States, University of New Mexico Press, Albuquerque, USA, 1990, pp. 4-5:

 

Le politiche dei colonizzatori europei e le efficaci amministrazioni americane, alcune delle quali indubbiamente genocide, spesso si sono concluse con l’annientamento delle popolazioni e delle lingue native. Conosciamo fin troppo bene la lunga saga di oppressione e brutalizzazione che hanno portato all’ammassamento dei nativi americani in riserve isolate. Tale ammassamento, e i successivi tentativi di forzare l’inserimento dei bambini nativi all’interno di un sistema educativo e di un ambiente anglofono, cercava di arrivare alla cosiddetta civilizzazione di questi popoli compresa la sostituzione delle loro lingue native con l’inglese. Nel caso dei conquistadores e delle figure religiose che li accompagnavano, la lingua civilizzante era lo spagnolo.

 

[19] Alexander Neville, Language Policy and National Unity in South Africa/Azania, Buchu Books, Cape Town, 1989, pp. 17 e 20.

 

[20] Rubin J., National Bilingualism in Paraguay, Mouton, l’Aia, Paesi Bassi, 1968, p. 480.

 

[21] Vikør Lars S., The Nordic Languages: Their Status and Interrelations, Novus Press, Oslo, 1993, p. 90.

 

[22] Citato in Language and Culture: A Matter of Survival, Australian Government Publishing Service, Canberra, 1992, p. 17.

 

[23] Ngugi wa Thiong’o, Detained: A Writer’s Prison Diary, Heinemann, Londra, 1987, p. 9.

 

[24] Si veda The Ethnic Dimension in International Relations (1993), Bernard Schechterman e Martin Slann (a cura di), Praeger, Westport, Connecticut, pp. 148-149, in merito a simili episodi riguardanti popolazioni indigene in Brasile e Venezuela negli anni ’70.

 

[25] Torres Raidza, “The Rights of Indigenous Populations: The Emerging International Norm”, in Yale Journal of International Law, Vol. 16, 1991, 127-175, p. 133.

 

[26] Study of the Problem of Discrimination Against Indigenous Populations, p. 11. Si veda anche Derecho Indigena y Derechos Humanos en América Latina, Rodolfo Stavenhagen (a cura di), Instituto Interamericano de Derechos Humanos e El Colegio de México, Messico, 1988, pp. 346-347: “Hasta qué punto una política educativa respetuosa de las culturas indígenas y que tienda a potencializar su desarollo dinámico, es compatible con la idea motriz de unidad y desarollo nacional que es la ideología dominante en los países latinoamericanos, constituye uno de los debates más agudos de las sociedades nacionales lationamericanas actualmente. ¿ Hasta qué punto los derechos sociales y culturales de los pueblos consagrados en los pactos y otros instrumentos internacionales pueden aplicarse a los grupos indígenas del continente en cuanto se refiere al derecho a recibir educación en su propia lengua y a la protección y respeto de su cultura por el resto de la sociedad nacional ? La respuesta a esta pregunta, alrededor de la cual aún no existe consenso, tiene implicaciones para las legislaciones de nuestros países. En un mondo cada vez más integrado y dominado en escala universal por las tendencias homogeneizadoras de los medios de comunicación de masas, los derechos culturales de los pueblos y de las colectividades aparecen cada vez con mayor insistencia como uno de los derechos humanos básicos o una de las libertades fundamentales de esta época. »

 

[27] Bill Piatt, ¿Only English? Law and Language Policy in the United States, Albuquerque: University of New Mexico Press, 1990, pp. 4-5.

 

[28] Indigenous Peoples and Minority Unit, Human Rights Legal Framework and Indigenous Languages, Riunione del gruppo internazionale di esperti sulle lingue indigene, 8-10 gennaio 2008, New York, Ufficio dell’Alto Commissariato per i diritti dell’uomo, Doc. delle Nazioni Unite PFII/2008/EGM1/15.

 

[29] Skutnabb-Kangas Tove, Linguistic Genocide in Education, or Worldwide Diversity and Human Rights?, Orient Longman, New Delhi, 2008.

 

[30] Mary Jane Norris, Aboriginal languages in Canada: Emerging trends and perspectives on second language acquisition, Statistics Canada, Catalogo n. 11-008 Canadian Social Trends, 2007, p. 19.

 

[31] Ibid.

 

[32] Statistics Canada, Aboriginal Peoples Survey 2001 – Initial findings: Well-being of the non-reserve Aboriginal population, Catalogue 89-589-XIF, 2003, disponibile su http://www.statcan.gc.ca/pub/89-589-x/pdf/4228565-eng.pdf

 

[33] Australian Institute of Aboriginal and Torres Strait Islander Studies (AIATSIS), The National Indigenous Language Survey Report 2005, disponibile su http://www.fatsilc.org.au/languages/reports/nils-report-2005

 

[34] Si veda National Geographic, sezione Enduring Voices, su http://travel.nationalgeographic.com/travel/enduring-voices/.

 

[35] de Nebrija Antonio, Prólogo a la gramática de la lengua castellana, Salamanca, 1492.

 

[36] The Aboriginal Language Policy Study — Phase II: Implementation Mechanism, National Indian Brotherhood, Ottawa, 1988, p. 91.

 

[37] Stavenhagen Rodolfo, “Linguistic Minorities and Language Policy in Latin America: The Case of Mexico”, in Linguistic Minorities and Literacy: Language Policy Issues in Developing Countries, Coulmas Florian (a cura di), Mouton Publishers, Berlino, 1990, pp. 56-62, pp. 60-61.

 

[38] Si veda p. 91.

 

[39] Gaceta oficial, 13 marzo 1992.

 

[40] Gaceta oficial de la República del Paraguay, 11 settembre 1992.

 

[41] Turcotte Denise, Composition ethnique et politique linguistique en Nouvelle-Calédonie: Adoption, implantation et diffusion du français comme langue officielle et véhiculaire unique, International Centre for Research on Bilingualism, Québec, 1982, pp. 22-23.

 

[42] Official Languages Act del 2003.

 

[43] Fettes Mark, “The International Context of Aboriginal Linguistic Rights”, in Canadian Centre for Linguistic Rights Bulletin, Vol. 1, N° 3, 6-11, 1994, p. 10.

 

[44] Si veda ad esempio Attorney General c. il Consiglio māori della Nuova Zelanda, 2 N.Z.L.R. 129 (New Zealand), 1991, Attorney General c. il Consiglio māori della Nuova Zelanda (N. 2), 2 N.Z.L.R. 147 (New Zealand), 1991, Consiglio māori della Nuova Zelanda c. Attorney General , 2 N.Z.L.R. 576 (Nuova Zelanda), 1992.

 

[45] Nonostante la normative della Nuova Zelanda faccia riferimento a uno status giuridico egualitario della lingua inglese e della lingua māori, questo non viene assolutamente rispettato se si guarda alla lingua realmente utilizzata dalle varie autorità: ad esempio, il diritto di utilizzare la lingua māori nei processi consente unicamente l’assistenza di un interprete. Mentre un difensore anglofono avrà sempre il diritto e il vantaggio di essere processato nella propria lingua, lo stesso non viene consentito a un māori. Parafrasando George Orwell, alcuni sono più uguali di altri. Per la situazione in Australia si veda Language and Culture: A Matter of Survival, pp. 51-89.

 

[46] Si veda lo status della lingua indigena in Groenlandia in Linguistic Rights of Minorities, Horn Frank (a cura di), Northern Institute for Environmental and Minority Law, University of Lapland, Rovaniemi, Finlandia, 1994, pp. 79-80; Articolo 210 della Costituzione del Brasile che garantisce alle comunità indigene l’utilizzo della propria lingua nella regolare istruzione fondamentale; e l’Articolo 16 della Ley 23.302 sobre la Politica Indígena y Apoyo a las Comunidades Aborígenes, 8 novembre 1985, Boletín Oficial de la República Argentina, 12 novembre 1985: “La enseñanza que se imparta en las áreas de asentamiento de las comunidades indígenas asegurará los contenidos curriculares previstos en los planes comunes y, además, en el nivel primario se adoptará una modalidad de trabajo consistente en dividir el nivel en dos ciclos: en los tres primeros años, la enseñanza se impartirá con la lengua indígena materna correspondiente y se desarrollará como materia especial el idioma nacional; en los restantes años, la enseñanza será bilingüe. Se promoverá la formación y capacitación de docentes primarios bilingües, con especial énfasis en los aspectos antropológicos, lingüíticos y didácticos, como asimismo la preparación de textos y otros materiales, a través de la creación de centros y/o cursos especiales de nivel superior, destinados a estas actividaded  Los establecimientos primarios ubicados fuera de los lugares de asentamiento de las comunidades indígenas, donde asistan niños aborígenes (que sólo o predominantemente se expresen en lengua indígena) podrán adoptar la modalidad de trabajo prevista en el presente artículo ».

 

[47] Si veda la Ley General de Derechos Lingüísticos de los Pueblos Indígenas, 2003, disponibile su http://www.diputados.gob.mx/LeyesBiblio/pdf/257.pdf.

 

[48] In un altro confronto, non violento, circa 800 achuar, quicha, e shuar marciarono dal loro villaggio alla capitale Quito, Ecuador, nell’aprile del 1992, galvanizzando lungo la strada diverse migliaia di altri indigeni perché si unissero a loro. In risposta, il presidente dell’Ecuador promise di accettare una richiesta pendente da lungo tempo riguardo l’utilizzo delle lingue indigene come strumento per l’insegnamento.

 

[49] La nazione Yaqui dell’Arizona, p. 39.

 

[50] Pinter Harold, Linguaggio della montagna, Faber & Faber, 1988, pp. 255-56.

 

[51] Ibid.

 

[52] Thornberry Patrick, International Law and the Rights of Minorities, Clarendon Press, Oxford, Regno Unito, 1991, p. 362.

 

[53] Il progetto più recente è il Doc. E/CN.4/Sub.2/1994/56 delle Nazioni Unite riproposto nella sezione 1.1.2 dell’appendice. Alcuni stati hanno sollevato diverse preoccupazioni sul contenuto del progetto, con Malaysia, Bangladesh e Indonesia tra chi diceva che sarebbe stato incline all’adozione della bozza della dichiarazione se fosse stato chiaro che non c’erano popolazioni indigene nei loro territori. L’effettiva adozione del progetto potrebbe ancora richiedere diversi anni a causa di queste controversie.

 

* [Traduzione ufficiale reperita nel sito: http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00220490.pdf, N.d.T.]

 

[54] Delibera adottata dall’ Assemblea generale delle Nazioni Unite, 13 settembre 2007, Doc. A/RES/61/295 delle Nazioni Unite.

 

* [Essendo la forma di tali articoli differente rispetto all’originale si è deciso di tradurre quanto ivi riportato, avvalendosi dei seguenti siti come supporto alla traduzione: http://www.un.org/esa/socdev/unpfii/documents/DRIPS_it.pdf, http://www.gfbv.it/3dossier/diritto/univ-indig-it.html, http://www.gfbv.it/3dossier/diritto/dich-univ-it.html, N.d.T]

 

[55]Bozza approvata dalla Commissione Interamericana dei Diritti dell’uomo, OEA/SER/L/V/II.90, 21 settembre 1995.

 

 

 

[56] Si veda in particolare l’Articolo 13 e 14 della Dichiarazione sui Diritti delle Popolazioni Indigene.

 

[57] http://conventions.coe.int/Treaty/EN/Treaties/Html/148.htm

 

[58] http://www.unesco.org/new/en/unesco/themes/2005-convention/the-convention/

 

[59] Ballantyne, Davidson, McIntyre c. Canada, comunicazioni N. 359/1989 e 385/1989, Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, CCPR/C/47/D/359/1989 e 385/1989/Rev.1, 1993.

 

[60] Raihman c. Lettonia, Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, CCPR/C/100/D/1621/2007, 29 ottobre 2010.

 

[61] Cyprus c. Turchia, sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, 10 maggio 2001.

 

[62] Diergaardt c. Namibia, comunicazione N. 760/1997, Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, CCPR/C/69/D/760/1997, 2000.

 

[63] Lovelace c. Canada, comunicazione N. 24/1977, Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, A/36/40, 1981.

 

[64] Mentzen c. Lettonia, N. 71074/01 Corte europea dei diritti dell’uomo, 7 dicembre 2004.

 

[65] Studio sul problema della discriminazione contro popolazioni indigene, p. 18.

 

[66] Ibid., pag.20.

 

[67] Per il testo della legge e il collegamento con gli emendamenti del 1991 si veda http://www.tetaurawhiri.govt.nz/act87/index.shtml.

 

[68] Decreto Ley No. 21156 que reconoce el quechua como lengua oficial de la República, disponibile su http://www.tlfq.ulaval.ca/axl/amsudant/perou-loi1975.htm. Altra recente normativa (del 2011), il Decreto Ley No. 29735 que regula el uso, preservación, desarrollo, recuperación, fomento y difusión de las lenguas originarias del Perú, rende simbolicamente ufficiali tutte le lingue indigene e, teoricamente, provvede al loro utilizzo, mantenimento, sviluppo, rivitalizzazione e diffusione. Resta da appurare se l’utilizzo delle lingue indigene verrà implementato in futuro, anche se a prima vista lo statuto sembra promettente.

 

[69] Lourens c. President van die Republiek van Suid Afrika en Andere (49807/09) [2010] ZAGPPHC 19, 16 marzo 2010, disponibile su http://www.saflii.org/za/cases/ZAGPPHC/2010/19.html. Il South African Languages Bill presentato nel 2012 (si veda http://www.pmg.org.za/files/bills/111104b23-11.pdf) può in qualche modo migliorare la situazione, nonostante l’approccio del disegno di legge sembri lasciare un ampio margine decisionale ai singoli dipartimenti nel determinare quali lingue indigene (almeno due) possano essere utilizzate, e perfino in quale misura.

 

[70] Official Languages Act, RSNWT (Nu), 1988, c. O-1, su http://canlii.ca/t/khkc.

 

[71] Overview of Current Language Initiatives in Greenland, maggio 2001, disponibile su http://www.bonjour-hello.ca/DATA/NU/MEDIA/Greenland.pdf.

 

[72] A Report into Claims Concerning New Zealand Law and Policy Affecting Māori Culture and Identity, Waitangi Tribunal Report 2011, http://www.waitangi-tribunal.govt.nz/scripts/reports/reports/262/52823D9E-6BD4-465E-86EE-8A917BAE12D1.pdf, p. 439.

 

[73] Tra i tanti rapporti simili si veda Canada’s Aboriginal Peoples: Social Inclusion and Communities at Risk, Equality Fact, 2003, pag. 5; Hunter B. H, The role of discrimination and the exclusion of Indigenous people from the labour market in Austin.-Broos D e Macdonald G. (a cura di), Culture, Economy and Governance in Aboriginal Australia, University of Sydney Press, Sidney, 2005; Cornell Stephen, Indigenous Peoples, Poverty, and Self-Determination in Australia, New Zealand, Canada, and the United States, Joint Occasional Papers on Native Affairs 2006–02, Native Nations Institute for Leadership, Management, and Policy e the Harvard Project on American Indian Economic Development, 2006.

 

[74] Si veda la sezione 2b del Report of the Working Group on Indigenous Populations on Education and Language del 1998 su http://www.puebloindio.org/ONU_Docs/Doc_98/WGIP98_Report2b.htm, e anche Cummings S.M. e Tamayo Stella, Language and Education in Latin America: An Overview, Human Resources Development and  Operations Policy Working Papers 30, maggio 1994; Michel Paul, Erickson Mavis, e Madak Paul, Why an Aboriginal Public School?, rapporto presentato al Prince George District Aboriginal Education Board, febbraio 2005; Devlin Brian, Bilingual education in the Northern Territory and the continuing debate over its effectiveness and value, documento presentato al simposio AIATSIS su “Bilingual Education in the Northern Territory: Principles, policy and practice”, Visions Theatre, Museo nazionale d’Australia, Canberra, 26 giugno 2009, ecc.

 

 

 

[75] Michel Paul, Erickson Mavis, e Madak Paul, Why an Aboriginal Public School?, rapporto presentato al Prince George District Aboriginal Education Board, febbraio 2005, p. 8.

 

[76] State of the World’s Indigenous Peoples, Secretariato del Forum Permanente delle Nazioni Unite sulle Questioni Indigene, 2010, disponibile su http://www.un.org/esa/socdev/unpfii/documents/SOWIP_chapter4.pdf

 

[77] Cummings S.M. e Tamayo Stella, Language and Education in Latin America: An Overview, maggio 1994 Human Resources Development and Operations Policy Working Papers 30.

 

 

 

[78] Opinioni dalle popolazioni indigene e minoritarie: un omaggio alla vita delle lingue nel mondo dei loro parlanti, disponibile su http://www.terralingua.org.

 

[79] Yojana Sharma, Tibet: Language policy threatens tertiary access, University World News, edizione N. 14, 14 novembre 2010. Si veda anche Fischer Andrew M., Urban Fault Lines in Shangri-La: Population and economic foundations of inter-ethnic conflict in the Tibetan areas of Western China, Crisis States Working Paper N.42, 2004, Crisis States Research Centre (CSRC), pp. 21-22.

 

[80] Harnessing diversity: addressing racial and religious discrimination in employment, Victorian Equal Opportunity and Human Rights Commission, 2008, p. 21.

 

[81] Colic‐Peisker V., “At least you’re the right colour”: Identity and social inclusion of Bosnian refugees in Australia, Journal of Ethnic and Migration Studies, 31(4), 615‐638, p. 632.

 

[82] The Indigenous World 2006, International Working Group on Indigenous Affairs (IWGIA), status consultivo dell’ECOSOC, p. 10.

 

[83] Si veda Derose Kathryn P. e Baker David W., Limited English proficiency and Latinos’ use of physician services, 57 Med. Care Research and Rev. 76, 2000.

 

[84] Ensuring Linguistic Access in Health Care Settings: An Overview of Current Legal Rights and Responsibilities, Kaiser Family Foundation, 2003.

 

[85] Office of Minority Health, A Patient-Centered Guide to Implementing Language Access Services in Healthcare Organizations, US Department of Health and Human Services, Rockville, MD, USA, 2005. Disponibile su http://www.omhrc.gov/Assets/pdf/Checked/HC-LSIG.pdf

 

[86] Report on the Status of B.C. First Nation Languages 2010.

 

[87] Devlin Brian, Bilingual education in the Northern Territory and the continuing debate over its effectiveness and value, documento presentato al simposio AIATSIS su “Bilingual Education in the Northern Territory: Principles, policy and practice”, Visions Theatre, Museo nazionale d’Australia, Canberra, 26 giugno 2009

 

[88] ID21 Insights, Institute of Development Studies, University of Sussex, http://www.id21.org/insights/insights-ed05/z-art07fig01.html

 

[89] Terralingua, Linguistic Human Rights in Education, presentato alla XVI sessione del gruppo di lavoro sulle popolazioni indigene del Centro delle Nazioni Unite per i diritti umani, Salt Spring Island, BC, Canada, 1998, disponibile su http://www.terralingua.org/TLUNLetterLHR.htm

 

[90] Analyse socioéconomique des communautés de langue officielle en situation minoritaire en fonction des données du recensement de 2006, Rapport final, Rapport préparé pour Industrie Canada Analyse socioéconomique des communautés de langue officielle en situation minoritaire, Environics Analytics, 31 marzo 2010.

 

[91] De Varennes Fernand, The Challenges of Globalisation for State Sovereignty: International Law, Autonomy and Minority Rights, in Essays in the Honour of Professor Sergio Ortino, Nomos, Berlino, Germania, 2012.